1 Gennaio 2020

Lasciamo Siem Reap e facciamo tappa a Banteay Chhmar. Questo tempio fu terminato durante il regno di Jayavarman VII. A causa della sua collocazione alquanto remota e in prossimità del confine thailandese, il complesso ha subito pesanti saccheggi, in special modo negli anni Novanta dopo che la zona fu abbandonata dai Khmer Rossi.





La struttura è abbastanza rovinata – anche qui resa affascinante dalle radici degli alberi che vi sono cresciuti in mezzo. Per fortuna sono ancora visibili alcuni dei bellissimi bassorilievi che lo adornavano, tra cui un Lokeśvara dalle molte braccia. Cos’è un Lokeśvara?!? Un Signore del Mondo nella traduzione letterale, che corrisponde al bodhisattva della grande compassione.
Nel buddhismo un bodhisattva è una persona che, pur avendo ormai raggiunto l’illuminazione e avendo quindi esaurito il ciclo delle sue esistenze terrene, sceglie tuttavia di rinunciare provvisoriamente al nirvana e di continuare a reincarnarsi, sotto la spinta della compassione, per dedicarsi ad aiutare gli altri esseri umani a raggiungerlo, spendendo per loro i propri meriti.
Solo nel tardo pomeriggio raggiungiamo la vicina Battambang – la Cambogia è uno dei tanti posti del mondo in cui le distanze si calcolano in ore anziché in chilometri, viste le condizioni delle strade 😬 – dove prendiamo delle stanze al Kingfy Hotel (link qui).





Siamo in ritardo ed andiamo subito a vedere una rappresentazione teatrale del Phrare Ponleu Selpak(link qui). Come avevo già accennato per le associazioni che avevamo visitato a Siem Reap (l’IKTT e la Artisans Angkor) gli artisti di qualunque sorta venivano sterminati al pari degli intellettuali dai Khmer Rossi di Pol Pot. Anche in questo campo dopo la guerra sono sorte associazioni che hanno tentato di salvare quanto possibile delle tradizioni khmer e di creare ex novo scuole di arte. Lo spettacolo è molto carino. Si basa su tutta una serie di situazioni comiche supportate dalla mimica e dalla bravura atletica degli attori.
2 Gennaio 2020

Giornata dedicata a Battambang che inizia con una corsa sul bamboo train. Il bamboo train è un mezzo povero sfruttato dai contadini locali per spostare merci e persone che però da al turista la possibilità di ammirare le campagne locali. Di fatto parliamo di un carrello, mosso da un piccolo motore, che corre su un binario unico. Quando due carrelli si incrociano, quello meno carico viene scaricato e smontato per far passare l’altro.





La corsa inizia dalla periferia di Battambang e finisce in un piccolo villaggio dove è possibile acquistare qualche souvenir.
Dopo questa gita ludica era ora di un gesto atletico 🤪 Ed allora eccoci andare al Prasat Banan – o Phnom Banan o Wat Banan… vi ricordate quella premessa che avevo fatto sui nomi non univoci dei posti? Ecco, qui scegliete voi il nome che preferite 🤷🏻♂️



Il tempio fu fatto costruire nell’XI secolo da Udayadityavarman II, figlio di Suryavarman I – si, lo so, sono perfido nel copia-incollarvi questi nomi impronunciabili 😈 La struttura si compone di cinque torri che ricordano la disposizione dell’Angkor Wat. La gente del posto è addirittura convinta che sia l’Angkor Wat ad essersi ispirato al loro tempio… Ma vi accennavo ad un gesto atletico, no?!? Bene… tocca salire trecentocinquantotto scalini, lo ripeto: 3 – 5 – 8 per arrivarci. Ovviamente noi “scegliamo” di farlo verso ora di pranzo, ma solo perchè ci vogliamo male 😂 Comunque tranquilli, le fronde della vegetazione ci tengono al riparo dal sole diretto.




Discesi dal tempio decidiamo di visitare le vicine grotte Bet Meas. Ora fate attenzione: in quella zona DOVETE rimanere sui sentieri. Ci sono ancora dei campi minati ☠️ Noi tra l’altro incontriamo proprio all’inizio del sentiero la guida della grotta che ci accompagna. Io ve lo dico: le grotte non sono nulla di particolare, ma la guida parlucchia inglese e ci tiene a mostraci tutte le rocce che assumono forme di animali. All’ingresso il tetto è un po’ basso e la mia craniata serve da monito al resto del gruppo 🤪
Lungo il sentiero notiamo una abitudine locale che proseguendo il viaggio in Cambogia vedremo molto spesso. Vista l’estrema indigenza della nazione qui i rifiuti si bruciano alle porte dei villaggi. Una bella zaffata di diossina e via ☠️





Tappa successiva Phnom Sampeu (o Sampov o Sampeau). Di per se questa sarebbe storicamente una zona di templi buddisti. Ma in realtà dalla fine della guerra è anche meta di pellegrinaggio perchè nelle grotte sul monte (denominate killing caves) venivano gettati i cadaveri dei prigionieri dei Khmer Rossi. Questi poveretti, dopo essere stati arrestati e torturati venivano uccisi a bastonate per risparmiare i soldi dei proiettili ☠️ Scendendo in una delle grotte troviamo un tempietto con una teca piena dei crani di alcune delle vittime del brutale regime di Pol Pot.





Usciti dalle grotte risaliamo il colle per raggiungere il tempio di Phnom Sampeu, che è un luogo molto frequentato dalle scimmie che vengono nutrite a suon di banane dai turisti.
Intorno al tempio buddista sorgono varie bancarelle dove comprare souvenir e banane per le scimmie. Tra tutte però c’è n’è una che attira gli “assaggiatori di insetti” del gruppo. Ovviamente se veder mangiare degli insetti non fosse nelle vostre corde, evitate di avviare il video 📹





Al rientro a Battambang facciamo un giro al mercato prima di rincasare.
3 Gennaio 2020

Si parte per Phnom Penh. Duecentocinquanta chilometri, una giornata di viaggio in bus ed in più sulle strade della Cambogia… 😬





Ci fermiamo lungo la strada per visitare la vecchia capitale Oudong, che rivestì questo ruolo tra il 1618 ed il 1864. Sulla cresta della collina principale sorge il complesso del Phnom Preah Reach Trap (collina della fortuna reale), una serie di stupa tra cui il più famoso è il Sanchak Mony Chedêy, terminato nel 2002. Alto 42 metri e abbellito da elefanti, naga, garuda e divinità guardiane, contiene le più famose reliquie del Buddha presenti in Cambogia.





Discesi ai piedi del colle visitiamo il Sontte Wan Buddhist Meditation Center, un ritiro spirituale molto suggestivo.





Finalmente al tramonto arriviamo a Phnom Penh e subito veniamo intruppati per una più che dimenticabile mini crociera sul Mekong. Poi finalmente prendiamo le nostre stanze al centralissimo Silver River Hotel (link qui). Troviamo anche il tempo di fare un giro nel mercato, sebbene sia quasi ora di chiusura.
4 Gennaio 2020

Dobbiamo partire la sera, ragion per cui decidiamo di vedere subito il complesso del Palazzo Reale e la Silver Pagoda (il cui nome in realtà sarebbe Preah Vihear Preah Keo Morakot 😬).





La sala del re – che può essere ammirata solo dalle finestre – mostra tutti gli arredi dorati, dalle sedie al tavolo a qualunque altra cosa. In una galleria tra il Palazzo e la Pagoda c’è un affresco stupendo che racconta della epopea indiana del Ramayana. La Pagoda invece deve il suo nome a 5000 piastrelle d’argento del peso di 1 kg ciascuna che ne formano il pavimento e contiene i doni di stato ricevuti dai re khmer.





Poi con i tuk tuk ci spostiamo al Tuol Sleng Genocide Museum (link qui). La struttura era un complesso scolastico di quattro edifici che fu riconvertito dai Khmer Rossi nel loro principale centro di detenzione e tortura. Una audioguida accompagna il visitatore lungo un percorso che si snoda attraverso i quattro edifici. Alcune delle strutture sono state riadattate per consentire ai visitatori di fruirne con maggior agio. Altre sono state lasciate quasi come furono trovate. Quando i vietnamiti invasero la Cambogia ed arrivarono a Phnom Penh non avevano contezza del genocidio commesso da Pol Pot (di fatto l’invasione fu scatenata dalle continue incursioni oltre confine dei Khmer rossi). Tuol Sleng era stata quasi svuotata dai prigionieri e buona parte delle guardie era fuggita.
Rimanevano sette disgraziati incatenati ai letti delle stanze di tortura. Le ultime guardie rimaste, prima di fuggire, per non farsi scoprire dal rumore delle armi da fuoco li uccisero a mani nude proprio poco prima dell’arrivo dei soldati nella prigione. Quei sette prigionieri sono stati sepolti nel giardino del complesso sotto sette lapidi bianche. Tutto ciò che fu trovato a Tuol Sleng, compresi i graffiti sui muri fatti dai disperati che lì venivano torturati fino a tre volte al giorno, fu utilizzato come prova nei processi in cui furono condannati i responsabili di questa barbarie. Quello che più lascia sconvolti alla fine della visita è come una ideologia abbia potuto cambiare un popolo che si mostra sempre pacifico e sorridente – oserei dire spesso ingenuo – per portarlo a compiere crimini così efferati.
Ma non voglio chiudere questo diario con un messaggio di dolore. Il popolo khmer ha sofferto molto ma le persone che ho avuto modo di conoscere si sono sempre dimostrate squisite e disponibili, sorridenti e laboriose. Difficile dimenticare lo splendore delle rovine di Angkor e le tante emozioni di questo breve viaggio. Un salutone a tutto il gruppo 🤙🏼
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