26 Dicembre 2018





Abbiamo un piano voli perfetto. Partiamo la mattina presto da Fiumicino con la Qatar Airways. Sei ore di volo, breve scalo a Doha e, dopo circa altre sette ore, arrivo all’alba a Yangoon (la vecchia Rangoon). Volando con la compagnia aerea del Qatar abbiamo una rotta diversa dal solito. La via classica ci avrebbe fatto sorvolare il mediterraneo, l’Egitto e l’Arabia Saudita – o almeno con Emirates ho sempre seguito questa rotta. Ma a causa dell’embargo iniziato nel 2017 da parte dei paesi sunniti contro il Qatar, passiamo sui Balcani e sulla Turchia. Sono stato fortunato ad avere il posto sul finestrino così da potermi godere le vette innevate dei contrafforti europei, dell’Anatolia e del Kurdistan.
27 Dicembre 2018

Arriviamo quindi all’alba all’aeroporto di Yangoon. Recuperiamo il bagaglio, ci alleggeriamo – qui fa caldo, la temperatura media è sui 26 gradi e c’è un’afa pesante – e con il pulmino del corrispondente locale andiamo a visitare la capitale. Yangoon è una città moderna e, come tutte le capitali di queste nazioni, è cresciuta in maniera disordinata e caotica.





Il primo tempio che visitiamo è la Botahtaung Pagoda (link qui). Ci dicono che è un tempio che ha perso la precedente importanza, ma comunque per me è la prima volta in assoluto che entro in un tempio buddhista. In Birmania si entra rigorosamente scalzi nei luoghi sacri (scalzi vuol dire proprio senza ciabatte e senza calzini). In alcuni col biglietto d’ingresso forniscono una salvietta per pulirsi i piedi. Ma è meglio portarsene una scorta perché, lasciata Yangoon, sarà un servizio poco diffuso. Per entrare nei templi bisogna avere spalle e gambe coperte. Anche per gli uomini è meglio avere pantaloncini sotto il ginocchio. In alternativa si può indossare il classico longy – qui lo indossano tutti.





Secondo la leggenda, la pagoda sorgerebbe sul luogo dove il re Okkalapa avrebbe accolto i fratelli Trapusa e Bahalika di ritorno dall’India con una reliquia consistente in otto capelli del Buddha destinati alla Pagoda Shwedagon, allora ancora in costruzione. Botahtaung significa “mille ufficiali” e deriva dal fatto che il re Okkalapa avrebbe incaricato mille soldati di sorvegliare le reliquie conservate temporaneamente nella pagoda durate la costruzione della Shwedagon.
La caratteristica principale della Botahtaung Pagoda è lo stupa alto 40 metri, vuoto all’interno. Vi ricordate che vi avevo detto che lo stupa è, per definizione, pieno?!? Ecco: fatta una regola, subito violata! Intorno allo stupa corre un corridoio completamente rivestito d’oro. Nel resto del tempio iniziamo a familiarizzare con le statue del Buddha di varie dimensioni. Dalle statuine ai colossi di vari metri.
Noto fin da subito tre cose che mi accompagneranno per tutto il viaggio: la consuetudine a versare l’elemosina, la mania dei birmani per i selfie con la divinità o le sue emanazioni e l’amore tutto locale per il kitsch. Andiamo con ordine.
La religione buddhista invita ad aiutare chi è meno fortunato e, condizionato dal nostro egoismo che ci porta ad ignorare i questuanti, resto colpito da una signora che va diretta a lasciare 1000 Kyat (si pronuncia chat), l’equivalente di cinquanta centesimi, a quattro vecchine sedute ai lati di uno dei passaggi del tempio. L’elemosina, che sia ai questuanti per strada o ai monaci buddhisti, diverrà una scena normale in questo viaggio.



Poi c’è questa storia dei selfie. Ma a voi pare normale che l’attività principale dei ragazzi nel tempio sia farsi un selfie con un Buddha o un monaco sullo sfondo?!? Non che i monaci si esimano dal farsi loro stessi selfie col Buddha!!! Una cosa che ai miei occhi è parsa così strana… Anche perché ho sempre legato l’idea del Buddhismo ad un concetto di silenzio e meditazione. Beh… in Birmania ai nostri occhi si è liberi di far quello che si vuole nei templi. Per cui si alternano monaci in meditazione, devoti che pregano, scolaresche in visita, pellegrini chiassosi. Ah… ve lo anticipo. Qui quando si è in ferie si approfitta per fare un pellegrinaggio in un santuario o in un luogo sacro. Quindi tutti i templi che visiteremo saranno sempre pieni di birmani in visita, intenti ad offrire doni, preghiere o applicare foglioline d’oro sulle statue del Buddha.
Ed infine c’è il mio personale problema col kitsch. Voi dovete capirmi… statua d’oro del Buddha con aureola illuminata da led dai colori cangianti. Stupa in miniatura addobbato da led stile albero di Natale. Un colpo micidiale al mio gusto estetico! 😂





Lasciamo la Botahtaung Pagoda ed andiamo a visitare l’imponente Shwedagon Paya, la pagoda più grande e più importante della Birmania.
Paya è la parola birmana per indicare un edificio religioso, come una pagoda, uno stupa o un tempio.
Un po’ di numeri per darvi l’idea: lo stupa è alto 98 metri ed ornato da circa 27 tonnellate di foglie d’oro (più diamanti e pietre preziose). Custodirebbe gli otto capelli del Gautama Buddha di cui avevamo parlato a proposito della Botahtaung Pagoda ed in più le reliquie di tre Buddha precedenti. Grazie a tutte queste sante reliquie la Shwedagon si è assicurata il primato come pagoda buddista più sacra per i birmani.





Tra lo stupa ed i vari templi che la circondano la struttura complessiva risulta essere enorme. È sia un tempio che un parco divertimenti e vi permette facilmente di osservare il classico monaco immerso in una profonda meditazione con a pochi metri di distanza una chiassosa scolaresca in visita intenta a scattarsi la foto ricordo.





Terza tappa della giornata la Chaukhtatgyi Paya. Qui, sotto un vasto capanno col tetto in metallo, giace una delle statue raffiguranti il Buddha sdraiato più venerate del paese. Questa statua è lunga ben 66 metri e risale al 1973, avendo sostituito una precedente statua del 1907. Dato che è in corso un restauro troviamo la statua ricoperta da impalcature. Comunque le sue dimensioni non possono che colpire.
Come alla Shwedagon Paya anche qui è in corso una cerimonia di offerta votiva al Buddha (immagino che più che essere noi fortunati ad incrociare queste cerimonie, ce ne siano di continuo). Tramite una carrucola viene innalzato un cestello carico di doni fino ad un tempietto posto direttamente sulla statua.

Lasciamo Yangoon per spostarci verso l’est del paese. Appena lasciata questa grande città ci si ritrova immediatamente immersi in un mondo rurale, con piccoli villaggi a puntellare il tragitto. Effettuiamo varie soste dove abbiamo l’occasione di venire a contatto con i ritmi lenti della campagna. Una di queste soste avviene lungo le sponde del Canale Bago-Sittaung. Costruito durante l’epoca coloniale, ha una doppia importanza storica: è cruciale per l’irrigazione di migliaia di acri di risaie e funge da rotta di trasporto per merci e persone. Le acque del canale scorrono lente sovrastate da un ponte di legno alquanto precario alla vista.





La nostra meta è la Kyaiktiyo Pagoda, più semplicemente nota come Golden Rock, a circa quattro ore di viaggio da Yangoon. Questo sito è una famosa meta di pellegrinaggio. Si raggiunge con i propri mezzi la base del monte Kyaiktiyo e a quel punto si hanno due opzioni. O si procede a piedi (ipotesi praticata da alcuni fedeli ma mai nemmeno sfiorata dal gruppo 🤪) oppure ci si intruppa su dei camion con i cassoni attrezzati al trasporto di persone. E dato che l’afflusso di pellegrini è massiccio ci si mette in fila per riempire man mano i cassoni dei camion, uno dopo l’altro. Noi però abbiamo un problema. Oltre alle nostre persone dobbiamo caricare anche il bagaglio, dato che dormiremo presso il Golden Rock Hotel (link qui), sulla cima del monte, poco prima del santuario. Ma i bagagli tolgono posto ai pellegrini paganti e per questo nessun conducente ci vuole far salire. Problema prontamente risolto: affittiamo un intero camion per la salita di stasera e la discesa di domani (mettete in conto che il cambio euro-kyat ci permette di strafare in Birmania). Per capire quale fosse il problema e risolverlo però abbiamo perso tempo e rischiamo di perderci il tramonto alla Golden Rock. Ma con una bella corsa dall’hotel al santuario – una simpatica salita da farti dire: ma chi me lo fa fare! – riesco ad arrivare giusto in tempo.





Il santuario è ammantato da una leggenda interessante. La leggenda racconta che nell’XI secolo regnava il re Tissa. Era un re mago perché figlio di uno zawgyi, un alchimista, e di una principessa naga (termine che vuol dire serpente o drago). Al re Tissa si presentò un eremita che gli fece dono di una importantissima reliquia: un capello del Buddha, capello che l’eremita teneva nascosto nella propria crocchia. L’eremita suggerì al re di costruire uno stupa per conservare la reliquia e di costruirlo su un masso che ricordasse la testa dell’eremita stesso. Il re non si fece problemi! Trovò il masso adatto in fondo al mare e lo trasportò con una barca di legno fin sulla cima del monte Kyaiktiyo. Badate bene: a circa mille metri di altezza! Ve l’avevo detto che era un re-mago, no?!? 🤪 La barca si trasformò miracolosamente in pietra dopo il trasporto ed il masso, grazie al capello del Buddha conservato nella stupa eretta sopra di esso, resta in bilico da allora sulla cima del monte!
La Golden Rock merita sicuramente il viaggio. È lì, in bilico, tutta dorata, con sempre un nugolo di fedeli che spalmano foglie d’oro alla sua base o che pregano. Ci sono famiglie che si preparano a passare addirittura la notte dormendo in tenda nel santuario. Per noi miscredenti occidentali tutta questa devozione è ammirevole.
28 Dicembre 2018

Lasciamo la Golden Rock per andare a visitare una ex capitale della Birmania, Bago (o Pegu, qui tra nomi coloniali, nomi originali o nomi legati all’etnia locale, i toponimi dei posti cambiano così spesso da farti venire il mal di testa). Da quando abbiamo lasciato Yangoon le temperature sono calate ma soprattutto è calata l’afa. Per tutto il viaggio non ne soffriremo più. Lungo la strada troviamo l’occasione per effettuare alcune interessanti soste.





La prima è presso un villaggio poco a nord della città di Kyaikto. Qui ci sono filari di alberi della gomma incisi, con delle ciotole appese a raccogliere il lattice che cade goccia a goccia. Gli abitanti ci mostrano anche la lavorazione che effettuano sul lattice, che viene pressato in fogli sottili che poi sono messi a seccare al sole a mo’ di biancheria.





Proseguendo incrociamo i festeggiamenti per un matrimonio. Di fatto consistono in un kitchissimo chiosco coperto eretto proprio sul bordo strada dove i novelli sposi invitano i passanti a fermarsi per mangiare ed animato da una serie di potenti casse che sparano musica a tutto volume proprio per non rischiare di passare inosservati 🤷🏻♂️
Chi sono io per privarvi del piacere di ascoltare il dolce ritmo che allieta la festa?!? 🤪 Ecco, bravi, mettete in play il video sopra così capite 😎





Incrociando di nuovo il Canale Bago-Sittaung effettuiamo una terza sosta. Sulle sponde del canale ci sono dei baracchini dove stanno seccando al sole il pescato del giorno. Una delle classiche scene che, come già in passato in altri luoghi, mi ha sempre confermato come la sopravvivenza di un occidentale sia legata al non consumare mai il pesce secco delle bancarelle 😬

Finalmente raggiungiamo Bago. Nel 1364 divenne la capitale del più importante dei regni del popolo Mon (un’etnia che migrò dalla Cina occidentale in questa zona del sud est asiatico). Tra il 1539 ed il 1599 fu anche capitale del secondo impero birmano.





La prima pagoda che visitiamo è la Shwemawdaw Paya. È probabilmente il monumento più antico della città e meta di pellegrinaggio a causa delle reliquie che vi si trovano. La stupa con i suoi 114 metri di altezza è visibile fin da lontano.





Il complesso consiste della stupa con la sua pagoda e di numerose altre strutture, tutte diverse ed originali. Diverse leggende hanno accompagnato la pagoda nel corso del tempo. Inizialmente la tradizione Mon affermava che contenesse un dente del Buddha ma nel tempo la leggenda iniziale venne soppiantata da altre successive, la più recente delle quali vuole che invece contenga due capelli del Buddha portati a Pegu dall’India da due commercianti locali.
La data di fondazione della pagoda è incerta. Sempre la leggenda vuole che la pagoda fu fondata durante una visita del Buddha al sovrano del leggendario regno di Suvarnabhumi. Un’iscrizione rinvenuta negli anni ’50 fa risalire la costruzione di un primo stupa all’anno 1348 ad opera del sovrano mon Binnya U mentre la pagoda fu ricostruita una prima volta dopo un terremoto dal re Dhammaceti tra il 1458 ed il 1462. Seguirono altri crolli e ricostruzioni, l’ultima delle quali risale al 1951.





Successivamente visitiamo il Kanbawzathadi Palace (detto anche Golden Palace). Il palazzo originale fu costruito per il re Bayinnaung nel 1556. Purtroppo, costruito in legno, fu distrutto da un incendio nel 1599. È stato ricostruito nel 1990 seguendo il disegno originale, letteralmente innalzando le nuove colonne sui mozziconi delle vecchie. I suoi vistosi decori trasmettono lo splendore e la ricchezza del secondo impero birmano. Al suo interno sono in mostra le repliche dei tesori che conteneva, come la carrozza dorata del re. Terza tappa: la Hintha Gon Pagoda. Prende il nome dal mitologico uccello Hintha, un simbolo del popolo Mon. Il monastero è situato sulla cima di una collina che, secondo la leggenda locale, era l’unico punto che sorgeva dal mare dove l’uccello Hintha potesse atterrare.





Risaliamo sul pulmino e raggiungiamo lo Shwethalyaung Buddha, che è una statua del Buddha reclinato più piccola di quella che abbiamo visto a Yangoon, sebbene più famosa. E come ultima tappa ci fermiamo al Kyaik Pun Paya, un santuario dove ci trovaimo di fronte alle statue di quattro Buddha (Kakusandha, Konagamana, Kassapa e Gautama) seduti ai lati di una colonna quadrata. Alti ognuno ben trenta metri!!!



A questo punto anziché un albergo in cui riposarci abbiamo un bel trasferimento notturno fino a Nyaung Shwe. I giorni che abbiamo sono pochi e dobbiamo sobbarcarci delle tratte notturne in bus per riuscire a vedere tutto quello che abbiamo messo in programma. Forse a posteriori avremmo fatto meglio a prendere un volo aereo (un’ora contro circa undici) ma debbo dire che gli autobus sono attrezzati con sedili reclinabili, poggiapiedi e coperte. Non sono all’altezza dei Cama sudamericani (lì i sedili diventano proprio dei letti) ma alla mattina arriviamo forse non riposati, ma nemmeno a pezzi. Altra seccatura da mettere in conto è che arrivando all’alba, gli alberghi non hanno le stanze disponibili e tocca darsi una sistemata nei bagni del piano terra del Golden Dream Hotel. Ripeto: non che sia un problema, ma abbiatelo ben presente se pensaste di concentrare tutte le mete di questo viaggio nei nove giorni che vi racconto qui.
29 Dicembre 2018

Oggi passeremo la giornata sul Lago Inle, di cui la cittadina di Nyaung Shwe funge da imbarcadero. Sito a 900 metri di altezza è il secondo bacino d’acqua del Myanmar. È l’habitat di una grande varietà di uccelli acquatici migratori ed è famoso anche per la presenza di caratteristici orti galleggianti. Stamane abbiamo un tour del lago gestito dall’agenzia locale Adventure Myanmar Tours & Incentives. Saliamo quindi su tre lance fluviali e appena usciti dal canale che collega la città al fiume ci imbattiamo nei famosi pescatori che vedete in tutte le foto del Myanmar. Sono membri dell’etnia Intha, l’etnia maggioritaria del luogo, e la loro fama è legata al caratteristico metodo di remare in piedi su una gamba sola, usando l’altra per manovrare il remo. Perchè lo fanno? Perchè questo metodo consente loro di pescare con le mani mentre navigano in un’area del lago ricca di giacinti d’acqua, che potrebbero facilmente intrappolare i remi tradizionali o i motori delle barche.





Ora… pescare è faticoso e sicuramente prendersi una mancia per posare davanti i turisti è meno impegnativo… però ci rimango un po’ male notando che questi pescatori si sono posti strategicamente all’uscita del canale e che iniziano a sollevare le nasse per farsi fotografare proprio per noi. Scatto qualche foto pensando che comunque più tardi ne vedrò altri meno finti. Errore! Gli unici altri pescatori che vedrò, pescheranno sempre con le classiche reti a cui siamo abituati, senza badare minimamente a noi 🤷🏻♂️





Percorriamo vari canali lungo le sponde del lago (è un vero labirinto) ed approdiamo al villaggio di Inthein, villaggio che ospita un ricco mercato pieno di mercanzie e souvenir. Molte donne ci vengono incontro per venderci i loro tessuti di cotone.





Presso il villaggio sorge lo Shwe Inn Thein Paya. La struttura consiste di mille e cinquantaquattro stupa costruiti tra il XVII ed il XVIII secolo. Alcuni sono pericolanti ed altri sono stati restaurati. Inutile che tenti di descrivervi il fascino dell’esplorare le rovine che compongono questo splendido sito. Le numerose strutture sono concepite per custodire reliquie o commemorare episodi legati alla vita del Buddha.





Lungo il percorso di ritorno ci fermiamo nel villaggio di Heyarywarma dove in un negozio di souvenir c’è una donna di etnia Kayan. Le donne del popolo Kayan fin dall’infanzia portano degli anelli d’ottone che, provocando uno slittamento della clavicola, fanno sembrare il loro collo allungato. Vengono per questo spesso chiamate donne-giraffa. Questa signora ha 72 anni e, come ci spiega la nostra guida, aveva indossato gli anelli fin da piccola per seguire la tradizione del suo popolo. La triste realtà odierna (almeno così ci dice la nostra guida) è che purtroppo le donne più giovani si sottopongono a questo rito solo per attirare i turisti alle loro bancarelle e non perchè veramente legate alla tradizione.





Pranziamo al Golden Kite Restaurant, un ristorante sul lago (qui tutte le costruzioni dei villaggi che visiteremo, escluso Inthein, sono su palafitta) e poi andiamo a visitare una fabbrica di tessuti.
Cosa tessono? Loto e cotone. Si, avete letto bene. Dal gambo della pianta del loto si ricava una fibra tessile. Ci sono tutta una serie di signore anziane intente ad azionare telai e macchinari vari per portare avanti il lavoro.





Seconda tappa: una fabbrica di tabacco. Uno dei riti tradizionali, specialmente delle donne anziane, è fumare i sigari locali. E qui le esperte mani di queste signore ne confezionano uno ogni quaranta secondi!





Dopo aver attraversato una zona di orti galleggianti raggiungiamo la terza tappa del tour: il Nga Hpe Kyaung Monastery. Eretto nel 1950 è altresì noto come Jumping Cat Monastery. Questo perchè in passato i monaci avevano addestrato i gatti a saltare attraverso dei cerchi. I monaci odierni hanno dismesso questa abitudine, per cui ora i gatti sonnecchiano. Però il monastero mantiene un suo fascino sia perchè tutto costruito in legno, sia per la collezione di antiche effigi del Buddha che conserva al suo interno.
30 Dicembre 2018

Stamane saliamo sui tuk tuk per raggiungere la periferia di Nyaung Shwe. La nostra guida per oggi, Charlie, ci accompagnerà in un trekking sulle colline a ridosso del Lago Inle per visitare i villaggi dell’etnia Pa’o che sorgono nei dintorni. La giornata è splendida e si rivela una delle più belle del viaggio.





I tuk tuk ci lasciano a ridosso di una scuola che penso, vista l’età dei ragazzi, possa essere corrispondente ad una nostra scuola media. Qui è tutto open air: una tettoia, un recinto basso, qualche panca e buona parte degli alunni seduti a terra ad ascoltare la lezione del professore.





Risaliamo la collina alle spalle della scuola e raggiungiamo un sistema di grotte trasformato in monastero, il Htet Eain Gu Cave And Monastery. Le grotte sono piene di statue del Buddha di varie grandezze e fogge. E da un’apertura nella volta si addentrano le radici di un grande albero. Tutto molto rilassante, suggestivo e poco turistico.





Lasciate le grotte iniziamo la nostra camminata sulle dolci colline che si alternano davanti la nostra vista. I sentieri sono ben battuti ed incrociamo casette coloniche e campi coltivati.





Camminando lungo queste stradine ci si può fermare per chiacchierare con i contadini intenti nel lavoro dei campi – chiacchierare ovviamente tramite la guida, dato che nelle zone rurali pochi, se non nessuno, parli inglese.





Pranziamo in uno dei villaggi, villaggi dove – è bene sottolinearlo – non c’è nemmeno l’acqua corrente. Le persone lavano se stesse (avvolte da un telo) ed i panni sporchi nell’unica fontana pubblica. Pranziamo in casa di una famiglia che ci ospita. Sediamo con loro a terra in un ambiente molto spoglio, anche se noto che a metà di una parete non manca una mensola con un piccolo Buddha.





Lasciato il villaggio proseguiamo per un lungo tratto sul crinale di un colle che domina il Lago Inle, per poi scendere verso le sponde del lago attraversando campi di canna da zucchero.





Dopo ventiquattro chilometri di escursione raggiungiamo l’Imbarcadero vicino il villaggio di Mongthauk e torniamo in barca avvolti dalla luce dorata del tramonto.
Per continuare a leggere il diario clicca qui oppure salta alle varie tappe col menu qui sotto




