14 Luglio 2023

Lasciamo Sapporo e col treno raggiungiamo prima Furano e poi Nakafurano per visitare i celeberrimi campi di lavanda in fiore.

In questa stagione viene istituito il Furano Lavender Express, un treno dai colori violacei espressamente dedicato ai turisti.





Lasciati i bagagli nei locker della stazione ci avviamo a piedi e visitiamo una prima fattoria: Hokuseiyama Lavender Garden che include una seggiovia per raggiungere la sommità della collina su cui sono coltivati i campi di lavanda.





Dopo esserci goduti la vista dalla cima ed esserci immersi tra la lavanda ed aver scattato diecimila foto decidiamo di proseguire verso la famosa Tomita Farm (link qui). La coltivazione della lavanda è cominciata nel 1958 per diventare oggi un grande business. Nonostante l’imponente afflusso turistico i campi sono spettacolari. Non sono coltivati solo a lavanda ma anche con altri fiori, così da alternare i colori che coprono le dolci colline della tenuta. Vendono anche un ottimo gelato alla lavanda, dal gusto poco marcato così da non risultare stucchevole.
Dopo aver pranzato alla Tomita Farm torniamo alla stazione, recuperiamo i bagagli e prendiamo il treno panoramico per Biei. Anche questo treno è espressamente istituito in questa stagione per i turisti. È molto carino, con sedili in legno che possono essere girati per ammirare il panorama e ampi finestroni.

Arrivati a Biei scendiamo, bagagli nei locker e… il nostro obbiettivo è il Blue Pond, raggiungibile da un solo autobus. Forse avremmo fatto meglio a prendere dei taxi. L’autobus viaggia più lentamente di un’auto, fa varie fermate a chiamata ed è pieno come un uovo! Raggiunto lo stagno ci rendiamo conto di avere tempi strettissimi per non perdere il treno che da Biei deve portarci oltre e quindi implementiamo la modalità foto-scappo: letteralmente a passo di marcia o di corsa raggiungiamo il sentiero che costeggia il laghetto, scattiamo le nostre foto e ci precipitiamo alla fermata del bus per prenderlo il prima possibile in direzione Biei.





Lo Stagno Blu è – anche visto di corsa – veramente bello. Non è una formazione naturale ma fu involontariamente creato nel 1988 durante i lavori per mettere in sicurezza Biei dalle colate laviche del Monte Tokachi. Gli alberi che emergono dalle acque sono larici e betulle bianche, mentre il sorprendente colore blu cobalto sembra sia dovuto alla presenza di idrossido di alluminio colloidale disciolto nell’acqua.

Dopo essere risaliti in treno proseguiamo verso Asahikawa. Scendiamo dal treno e nel piazzale della stazione dobbiamo attendere il bus per Sounkyo. Ma a ben vedere ormai sono le 20 ed arriveremo a destinazione troppo tardi per cenare. In effetti anche qui sembra essere troppo tardi per cenare, visto che l’unico locale intorno alla stazione da cui filtra un po’ di luce è un ristorantino in chiusura: Akashi (link qui). Però loro sono carinissimi ed accettano di prepararci in dieci minuti degli onigiri al salmone da mangiare a bordo del bus.





Arrivati a Sounkyo Onsen raggiungiamo il nostro ostello, il Sounkyo Hostel (link qui). Prima di andare a letto stappiamo una bottiglia presa alla distilleria di sakè (grazie Luca!)
15 Luglio 2023

Sounkyo Onsen è una rinomata località termale immersa nel Parco Nazionale di Daisetsuzan. D’estate è punto di partenza per trek e traversate di più giorni sui monti circostanti.





La mattina ci alziamo e facciamo colazione nel nostro ostello, con i cervi che gironzolano tutt’intorno. La notte ha piovuto ma stamane c’è solo molta nebbia. Decidiamo di prendere la Cabinovia del Monte Kurodake (link qui) che ci porta dai 670 metri di Sounkyo a 1300 metri. Sulla stazione di arrivo c’è anche una terrazza panoramica ma al momento è inutile salirvi vista la bassa visibilità a valle. Proseguiamo lungo il sentiero e raggiungiamo la seggiovia che ci porta a 1520 metri. Da lì raggiungiamo via trek la vetta del Monte Kurodake a 1948 metri.





Finora il meteo ha retto ma raggiunta la cima le nuvole iniziano ad addensarsi. Mentre scendiamo inizia a piovere. Come ho già accennato qui il grosso dei turisti sono giapponesi e sono più che attrezzati al clima inclemente dell’Hokkaido. Tutti quelli che incrociamo (sempre più anziani che giovani) sono vestiti di tutto punto con abiti impermeabili. Io semplicemente ritiro fuori il kayway giapponese per la discesa ed aggiungo l’ombrello trasparente giapponese sulla seggiovia: Chernobyl mi fa un baffo.





Alla stazione della cabinovia ha spiovuto, quindi saliamo sulla terrazza panoramica per rimirare la valle e poi scendiamo a Sounkyo. Pranziamo in un ristorante specializzato in ramen, Daisetsuzan Shokudo (link qui). Dopo pranzo facciamo una passeggiata alle cascate Ginza e Ryusei, incassate in una valle circondata da costoni alti un centinaio di metri. Al ritorno incrociamo una famigliola di cervi non troppo timidi e poi andiamo all’onsen pubblico, il Kurodake-No-Yu Public Onsen(link qui). Le acque calde sono termali e la vasca più calda posta nel solarium affaccia all’esterno!





Ceniamo di nuovo da Daisetsuzan Shokudo. Ormai siamo di casa e l’intero staff vuole farsi una foto con noi! E dopo cena… relax con un po’ di whisky giapponese (grazie Paolo R)!
16 Luglio 2023

Lasciamo Sounkyo e col bus torniamo ad Asahikawa e di lì in treno raggiungiamo Abashiri. Questa è una meta interessante nel viaggio, perché in questa cittadina aveva sede la più dura prigione dell’Impero Giapponese. La prigione di Abashiri fu costruita nel 1890 ai piedi del Monte Tento e qui vennero rinchiusi alcuni dei criminali giapponesi più pericolosi, gran parte dei quali lavoravano per la yakuza, la mafia giapponese.





Condannati ai lavori forzati, questi prigionieri coltivarono campi e costruirono strade, contribuendo allo sviluppo dell’Hokkaido. La prigione divenne popolare per via di una famosa serie televisiva degli anni ’60 incentrata sulla yakuza in cui alcune scene vennero ambientate proprio in questo penitenziario. Negli anni ’80 venne avviato un progetto di modernizzazione e rinnovamento della prigione di Abashiri e alcuni dei vecchi edifici furono convertiti in museo e aperti al pubblico, mentre le nuove strutture sono ancora adibite a prigione nella location originale.





Prendiamo quindi un bus di linea e raggiungiamo il Museo della Prigione (link qui). Anche stavolta abbiamo i tempi un po’ stretti per via degli orari dei treni (forse sarebbe meglio affittare una macchina per girare l’Hokkaido) ma riusciamo a visitare buona parte della struttura. Nel percorso di visita è possibile esplorare una decina di edifici e vecchie strutture, all’interno delle quali sono state allestite mostre che illustrano la vita quotidiana dei prigionieri, attraverso foto, diari, reperti e manichini che danno realisticamente l’idea della durezza della vita in questo penitenziario (fate conto che a febbraio la temperatura massima è a -3 e la minima è a -8 e le celle ricevevano calore solo sa dei bracieri nei corridoi).





Tornati alla stazione ci dividiamo per un rapido pranzo – io mi fermo con altri alla steakhouse Victoria Station per un boccone di carne (link qui) dopodiché prendiamo al volo il treno per Shari.





Ci dividiamo in due hotel. Alcuni dormono di fronte la stazione, mentre io faccio parte del gruppo che dorme nell’Hotel Both (link qui), un poi fuori mano rispetto alla stazione ma immerso nel verde. Visto che ha un suo ristorante, ceniamo lì.
17 Luglio 2023

Via bus raggiungiamo il Parco Shiretoko Goko Lakes (link qui), il Parco dei Cinque Laghi. La Penisola di Shiretoko è uno dei luoghi al mondo con la più alta densità di orsi, per la precisione di orsi bruni dell’Amur. Ma (paradossalmente) non si viene qui per incontrarli. Ed infatti noi, che volevamo tanto avvistarli, non li abbiamo incontrati!





Ok, serve qualche spiegazione a quello che ho scritto poco fa. L’orso bruno dell’Amur è un orso selvaggio ed aggressivo e gode di una pessima fama in Giappone anche a causa di un increscioso episodio avvenuto nel 1915. Tra il 9 e il 14 dicembre di quell’anno, in uno degli inverni più rigidi dell’Hokkaido, un grosso esemplare bruno dell’Amur si risvegliò in anticipo dal letargo e, affamato, attaccò le abitazioni di tre villaggi provocando la morte di sette persone, il ferimento di molte altre, e danni così ingenti che condussero infine all’abbandono di uno di essi. Il Parco quindi prevede due percorsi per avvistare gli orsi ma poeticamente viene inteso dai giapponesi più come un posto dove godersi la natura incontaminata di questa zona remota. Ma noi volevamo avvistare gli orsi!!!





Due percorsi quindi… il primo, liberamente percorribile, è una piattaforma lignea sopraelevata. Poi c’è un percorso di 3 km che costeggia i cinque laghi del parco e che permette un periplo completo in un’ora e mezzo. Per evitare di trovarsi un orso sul sentiero e non poterlo raccontare, il tragitto lungo i laghi prevede l’accompagnamento di una guida (il tutto va prenotato in anticipo). E ovviamente la guida parla SOLO giapponese. Sebbene Wakasan, la nostra guida, qualche parolina d’inglese l’abbia imparata il grosso della conversazione si basa sui gesti e sul mimare. La guida è munita di bombola di spray repellente per orsi e le regole sono rigide: si obbedisce alla guida e se un orso viene scorto sul sentiero il tour si blocca e si torna indietro senza fiatare. Il tutto ci viene ben illustrato in un video in inglese prima di uscire sul sentiero.





Nei giorni precedenti erano stati avvistati degli orsi sia dalla pedana rialzata, sia sulle sponde di uno dei laghi. Noi avvistiamo solo le unghie di un orso che si è arrampicato su un albero. E debbo dire che vista l’altezza dove ancora si vedevano le unghiate, direi che non si possa contare su una propria abilità a scalare gli alberi per sfuggire ad un orso curioso.





Il meteo è quello che ci si aspetta nella bella stagione in Hokkaido: piove! A volte no, a volte pioviggina, a volte viene giù che Dio la manda… ma ho il mio solito kayway jappo che mi rende così alieno tra il verde rigoglioso che mi circonda. Ah tranquilli per il fango: nel visitor center sono a disposizione anche gli stivali di gomma…





Più speso che nel parco, i turisti avvistano gli orsi sulle spiagge durante il tour in barca. E noi appunto per sicurezza avevamo prenotato un tour sul rompighiaccio Aurora (link qui). Ci imbarchiamo ad Utorohigashi e sulla rompighiaccio raggiungiamo l’altezza del Parco, ammiriamo una bella cascata dove il fiume Kamuiwakkano precipita in mare, sorprendo col teleobiettivo un cervo su uno sperone roccioso ma… niente orsi! Sgrunt!!!
Torniamo comunque contenti delle belle escursioni a Shari: sia la passeggiata nel bosco che la gita in barca sul Mare di Otoshk sono state molto belle. Ci dividiamo ma buona parte di noi va a cena da Sushizen (link qui).

Voglio raccontarvi la scenetta iniziale perché da un’idea realistica di come i giapponesi ragionino per schemi fissi. Noi siamo dieci. Ci affacciamo all’ingresso del locale e notiamo che al bancone i posti sono tutti presi, ma che tre dei quattro tavolinetti bassi (da quattro posti l’uno) sono ancora liberi. Ci viene incontro il gestore che ovviamente (lo so, dovrei smettere di ripeterlo) parla SOLO giapponese. Noi con le dita gli indichiamo che siamo in dieci. Lui si gira, vede i tre tavolini liberi e incrocia le braccia sul petto (i giapponesi fanno una X sul petto con le braccia per dire di no a gesti): non ha posto per dieci. Ci saluta e fa per rientrare nel locale. Noi ci guardiamo, sorridiamo, lo richiamiamo e… a gesti gli facciamo intendere che adesso siamo solo quattro! E andiamo ad accomodarci. Poi entra il secondo gruppo da quattro e poi gli ultimi due! Ottimo il sushi tra l’altro.
Come ordinare in un posto dove parlano solo giapponese e dove i menù sono scritti in kanji senza fotografie? Fortunatamente è abitudine di tutti i locali avere una vetrina all’ingresso con delle riproduzioni in plastica delle pietanze servite. Ci alziamo a turno e fotografiamo quello che poi vogliamo ordinare.
18 Luglio 2023

Lasciamo Shari col treno per raggiungere Mashu. Alla stazione ci raggiungono due taxi collettivi che avevamo prenotato. Carichiamo i bagagli sui van ed iniziamo il tour dei laghi del Parco Nazionale Akan-Mashu (link qui).
La prima sosta è al lago Mashu. Il lago Mashu occupa la caldera dell’omonimo vulcano ed è famoso per le sue acque cristalline, che fino al 1931 lasciavano filtrare lo sguardo fino a 40 m di profondità, superando quindi per limpidezza quelle del lago Bajkal. Oggigiorno invece la visibilità si aggira intorno ai 20 m. Probabilmente sia l’introduzione di due specie di trote sia l’inquinamento atmosferico hanno causato questo calo di limpidezza.





La popolazione Ainu chiamava questo lago “Mashinko”, che significa lago del diavolo. Gli abitanti del luogo credono che le divinità del lago Mashu siano in grado di influenzare le nostre vite e che la nostra sorte dipenda da com’è il giorno in cui si osserva il lago, se nebbioso o sereno. E qui arriva il bello. Si, perché i banchi di nebbia amano sostare sul lago Mashu. Particolarmente a giugno e luglio. Insomma, effettuiamo la prima sosta al Lake Mashu Observatory No.1 e non vediamo assolutamente nulla! Stessa sorte al successivo Lake Mashu Observatory No.3. L’aver trovato nel negozio di souvenir del visitor center (link qui) una maglietta con la scritta Lake Mashu of Fog ci rincuora.





Tappa successiva il Monte Iō o Iozan. Il Monte Iozan è un vulcano alto 512 metri situato all’interno del gigantesco cratere di Kussharo ed è caratterizzato da gruppi di solfatare (con relativo forte odore di uova marce – sottovento mi sembrava di essere tornato alle gite scolastiche alla solfatara di Pozzuoli).





Dopo aver visitato le solfatare di Iō ci spostiamo a Sunayu Onsen, sulle sponde del Lago Kussharo (link qui). Il Kussharo è il più grande lago vulcanico del Giappone. Le sue sponde sono caratterizzate da molti bagni termali all’aperto (rotenburo). In realtà basta scavare con i piedi nella sabbia per entrare in contatto con acqua calda o molto calda! Nonostante questo il lago Kussharo è l’unico lago giapponese a ghiacciare interamente in inverno. Stagione nella quale ospita moltissimi cigni tra l’altro – e motivo per cui ci sono molte barchette per turisti a forma di cigno. Oltre a loro la leggenda vuole che ospiti anche un mostro marino simile a quello di Loch Ness, che nel 1973 è stato battezzato Kusshie dalla stampa.


Risaliamo sui van e raggiungiamo il Passo di Bihoro, dove sostiamo alla Roadside Rest Area Bihoro-toge (link qui). OVVIAMENTE anche da questo punto panoramico la nebbia impedisce di ammirare il panorama ma almeno ci rifocilliamo degnamente con un piatto tipico, la ezo venison roast rice bowl, una ciotola di riso con carne di cervo cotta a bassa temperatura. Altro cibo tipico dell’Hokkaido disponibile sono le ageimo, palle fritte di patate.





Lasciamo le nebbie del Bihoro Pass per tornare al lago Kisshoro e alla Penisola di Wakoto (link qui). La penisola ospita un trekking ad anello di 2,5 km e varie solfatare e regala dei bei scorci sul lago.





Finita la nostra passeggiata lasciamo il lago Kussharo e raggiungiamo il lago Akan, dove prendiamo le nostre stanze ad Akanko presso l’Hotel Gozensui (link qui), affacciato direttamente sul lago. Akanko è una cittadina turistica, zeppa di negozietti con souvenir in legno di fattura Ainu. Il fulcro del villaggio è il Lake Akan Ainu Kotan (link qui), un insediamento (kotan) Ainu che conta circa 120 abitanti. Come avevo accennato in apertura di questo diario, nonostante i tentativi recenti di preservare la cultura Ainu, molto è andato perduto a causa delle brutali politiche di integrazione del periodo imperiale. Quindi quello che troviamo è sicuramente meno di quello che ci aspetteremmo. La produzione artigianale Ainu si concentra su sculture lignee di orsi e uccelli, anche di notevoli dimensioni, ma comunque abbastanza simili come tipologia. Il kotan comprende un piccolo museo sulla cultura Ainu, delle botteghe artigianali e dei ristoranti di cucina Ainu. Due ricostruzioni di capanne tradizionali ed un teatro dove assistere a spettacoli di danza sia tradizionale sia rivisitata in chiave moderna.




Ceniamo in uno di questi ristornati Ainu, il Marukibune (link qui) odinando piatti tipici della zona.
19 Luglio 2023

In mattinata facciamo una passeggiata sul promontorio vulcanico ai cui piedi sorge Akanko.





Appena ai margini del villaggio risaliamo un sentiero costellato di torii rossi per raggiungere su una collinetta il tempio Akandake Shrine Okunoin.
Da lì attraverso un sentiero raggiungiamo delle pozze di fango bollente e poi lungo le sponde sul lago torniamo verso l’albergo.





Sempre ai margini del villaggio c’è l’imbarcadero per il tour del lago Akan e per vedere il museo delle alghe Marimō. Queste alghe particolari, che in Giappone crescono solo qui, formano colonie a forma di palla e sono considerate un portafortuna – e per questo commercializzate in tutto il Giappone. Il tour ci porta lungo sponde nascoste del lago e prima di rientrare ad Akanko ci fa sbarcare su un’isoletta che ospita questo piccolo museo dove vedere le Marimō in delle teche con tutte le spiegazioni per comprendere la biologia di queste particolari alghe.


Tornati ad Akanko pranziamo con del ramen divino in un bugigattolo a fianco dell’imbarcadero gestito da una simpatica signora e poi andiamo ad assistere allo spettacolo di danze tradizionali Ainu presso il Lake Akan Ainu Theater (link qui). Lo spettacolo è un po’ ipnotico, sarà la ripetitività dei canti o la digestione al buio…
Finito lo spettacolo dobbiamo prendere un ennesimo bus per spostarci. Non ci sono treni che raggiungano da qui la costa meridionale di Hokkaido e quindi andiamo coi bagagli alla fermata dei bus, aspettandoci un GT col suo bel bagagliaio.

Invece ci si presenta un bus di linea, di quelli da città con le fermate a chiamata, sedili rigidi e senza bagagliaio per le valige. Il tutto per due ore e mezza di tragitto! Occupando il corridoio riusciamo a far entrare tutti i bagagli e così raggiungiamo Kushiro.




Alla stazione incrociamo una manifestazione contro la guerra: quindici persone di numero con cartelli e striscione, perfettamente immobili in formazione quadrata, con speaker che parla e telecamera fissa che li inquadra. Molto giapponese!

Andiamo in albergo, il Super Hotel Kushiro Natural Hot Spring (link qui).





Ci sistemiamo ed andiamo a cena in centro e… siamo al terzo sushi spettacolare del viaggio!!! Entriamo in Ko Sushi, un ristorantino con due tavoli ed un bancone gestito da un vecchietto (vi metto il link di Google Maps qui perché OVVIAMENTE non ha sito). Il vecchietto è mezzo sordo (spesso si porta la mano all’orecchio per tentare di capire) e parla SOLO giapponese. Ci indica delle tavolette di legno appese alle sue spalle e ci guarda interrogativo. Le nostre app di traduzione giapponese-italiano falliscono ma Michele, l’unico del gruppo ad aver studiato un po’ di giapponese, salva la situazione!!! Riesce a parlare col vecchietto e viene fuori che quelle tavolette corrispondono ai prezzi dei menù serviti. Scegliamo un prezzo e… magia. Il vecchietto parte come un automa e ci prepara senza colpo ferire un mix di dieci pezzi di sushi a testa. Spet-ta-co-la-ri!!! Farei anche il bis ma il locale deve chiudere e tocca rinunciare.





Dato che alcuni di noi hanno ancora fame ed altri vorrebbero bere un drink andiamo all’Hot Sauce (link qui) che già dal sottotitolo sulla facciata jazz soul and kitchen e dalla vetrina ci convince di essere nel posto giusto per noi! Metto delle foto per rendere l’idea.
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