9 Luglio 2023

Atterriamo per ora di pranzo in una Tokyo rovente per il caldo ed afflitta da una afa veramente pesante… Per le prime due notti a Tokyo abbiamo prenotato un capsule hotel, lo Smart Stay SHIZUKU Ueno Ekimae (link qui) situato strategicamente vicino la stazione di Ueno, un grosso crocevia di metropolitane e ferrovie che ci sarà utile per prendere tra due giorni lo Shinkansen per andare su al nord.
A livello di alloggi Tokyo è una città che presenta offerte molto costose e spesso con metrature irrisorie. Per un turismo non di lusso in cui ci si voglia ripartire in stanze doppie, quasi sempre si trovano stanze anguste con letti alla francese (quindi matrimoniali stretti). Per poche notti la soluzione del capsule hotel si rivela sempre la migliore. Ad un basso prezzo si ottiene di fato un letto singolo. Le capsule sono sufficientemente alte da potercisi anche accucciare e la chiusura è con una tendina che non da quella sensazione di essere “murati vivi” che si potrebbe temere in una tale sistemazione. In più hanno una ventola che smuove l’aria. Consiglio comunque di visionare sempre prima dalle foto e dai filmati online le capsule, perché in strutture vecchie si potrebbero anche trovare vecchi modelli più bassi e chiusi da pannelli di plexiglas, molto meno confortevoli.
Dopo esserci sistemati, decidiamo di sfruttare le poche ore prima del tramonto per un giro del Parco di Ueno. Quello di Ueno è uno dei cinque parchi pubblici più antichi del Giappone. Ospita lo zoo, vari musei e templi e lo stagno di Shinobazu, famoso per i suoi fiori di loto (adesso chiusi perché siamo quasi al tramonto).





Conservavo un ricordo fantastico del Parco di Ueno, visitato in primavera con ancora i ciliegi in fiore e l’aria tiepida (qui trovate il diario di quella visita di Tokyo). Con l’aria rovente del tardo pomeriggio di luglio invece la passeggiata è molto faticosa…





Ormai siamo all’imbrunire e ci allunghiamo nel quartiere di Yanaka, adiacente al Parco. Qui scompaiono i grattacieli che circondano il Parco di Ueno per lasciare posto ad edifici di piccole dimensioni, dimore in legno, bancarelle, botteghe di vario genere e ristorantini che si affacciano su piccoli vicoli. L’apertura di musei e dell’Accademia delle Belle Arti nelle vicinanze ha portato numerosi artisti, artigiani e scrittori a trasferirsi in questa zona che conserva uno spirito creativo molto legato alla tradizione: per questo oggi nell’area vengono ancora prodotti vari articoli artigianali, come tessuti, stampe, ceramiche, oggetti in legno e, naturalmente, le specialità gastronomiche giapponesi. A quest’ora buona parte delle botteghe e dei negozi sono chiusi, ma dalle vetrine si intravedono articoli raffinati.





Cercando un posto per cenare incappiamo anche nel cimitero di Yanaka, caratterizzato da lapidi e tombe piuttosto elaborate. Dopo averlo visitato dobbiamo arrenderci all’evidenza che qui i locali sono troppo piccoli per ospitare tredici persone. Quasi sempre si tratta di minuscole attività a conduzione familiare con 5 o al massimo 8 posti tra tavoli e bancone.
Contando che molti locali chiudono presto rispetto agli orari a cui siamo abituati in Italia ci affrettiamo a tornare verso la zona della stazione. Passando davanti la Grande Fontana del Parco di Ueno approfittiamo della disponibilità dell’Everyones Cafe (link qui) che, sebbene in chiusura, ci permette di cenare tutti insieme.





Dopo cena ci immergiamo nel mercato all’aperto di Ameyoko, che si trova a ridosso della Stazione di Ueno. È un luogo vibrante ed affollato, zeppo di chioschi che vendono street food o meglio drink da consumare in piedi.
10 Luglio 2023

Oggi abbiamo la nostra visita guidata di Tokyo. Alle 8 la nostra guida Yukie ci raggiunge in albergo (evito di commentare il trauma di uscire dall’aria condizionata all’afa estrema dell’esterno) ed iniziamo il tour della città dal vicino Parco di Ueno. Prima raggiungiamo il Tempio Bentendo, che si erge su un’isoletta nel mezzo dello Stagno Shinobazu.





Essendo giorno i fiori di loto si sono schiusi e lo spettacolo è magnifico. Lì Yukie approfitta per mostrarci l’originale eyeglasses monument, il monumento agli occhiali. Ebbene sì! I giapponesi non si fanno premura di omaggiare solo divinità e personaggi famosi ma anche coloro che hanno contribuito all’evoluzione di un oggetto che ha migliorato la qualità di vita di tante persone. Quelli raffigurati nel monumento sono gli occhiali di Tokugawa Ieyasu, il fondatore dello shogunato che governò il Giappone dal 1600 fino alla Restaurazione Meiji del 1866-1869.
Sempre nel parco passiamo davanti il Tempio Kiyomizu Kannon. Forse è il più famoso dei templi del parco perché essendo costruito su una collinetta permette di spaziare con la vista su una parte del parco (ok mi tocca dirlo, piccola pecca del giro di Yukie. Il tempio apre alle 9 e noi eravamo lì alle 8,30 quindi niente affaccio).
Finiamo il giro nel parco ai piedi della statua di Saigo Takamori, “l’ultimo vero samurai”. Avevo letto la sua storia nel libro Breve storia del Giappone di Antonio Moscatello, storia che mi aveva colpito. E quindi mi ha piacevolmente stupito trovarmi senza preavviso di fronte alla sua statua. In breve Saigo Takamori fu uno dei samurai più famosi e influenti del Giappone, con una carriera lunga e piena di alti e bassi. Iniziò come contadino-samurai rurale a Kagoshima, fu esiliato due volte, condusse diverse guerre per l’esercito imperiale, servì come politico dell’era Meiji e si suicidò durante la ribellione di Satsuma (1877). Fu così famoso che, dopo la sua morte, per molti anni continuarono a circolare voci di un suo ritorno.





Dal Parco di Ueno ci spostiamo al Tempio Sensō-Ji (link qui), nel quartiere di Asakusa. Eretto nel 628 d.C. ha fama di essere il tempio più antico della città ed è circondato da un vasto giardino. Lo si raggiunge passando prima sotto il Kaminarimon, “la porta del tuono”, un vasto cancello adornato da una enorme lanterna di carta e percorrendo poi la Nakamise-dori, una strada costeggiata di piccoli negozi che vendono cibarie tipiche o souvenir. Alla fine della strada c’è un altro cancello, l’Hōzōmon, al cui fianco si innalza una pagoda a cinque piani. Superato questo cancello finalmente inizia la zona sacra. Le caratteristiche dei templi buddisti giapponesi si presentano subito ai nostri occhi: la zona della fontana con i mestoli con cui lavarsi bocca e mani per purificarsi prima di entrare nel tempio. Ed il braciere per l’incenso, il cui fumo va diretto con le mani sulla nuca sempre con intento purificatore.





Intorno a questa zona ci sono altre bancarelle che vendono le hozuki, o piante lanterna giapponesi. Il nome è legato al loro frutto rosso e vengono comprate come offerte intese a guidare le anime dei defunti nella ricorrenza chiamata Obon. Esiste una radicata credenza che una preghiera offerta nel 10 di Luglio porti 46000 giorni di buona sorte! Ed oggi è appunto… il 10 di Luglio!!! Quindi il giorno migliore per acquistare le hozuki, che in effetti vanno a ruba…
Col caldo afoso dell’estate giapponese bere è essenziale ed in Giappone più che le fontanelle pubbliche a cui riempire la borraccia (non sono numerosissime e, per come sono fatte, risulta difficile recuperare l’acqua nella borraccia) la sopravvivenza è garantita dagli onnipresenti distributori automatici. Sono letteralmente ovunque (per strada, alle stazioni dei treni, negli alberghi, nei templi) ed offrono bevande spesso fredde ma anche calde. Oltre alle bottigliette di bibite zuccherate e d’acqua normale, hanno addirittura anche una versione di acqua con sali minerali!





Intorno al tempio ci fermiamo anche presso dei baracchini che vendono delle pesche. In Giappone la frutta è un prodotto ambito e ricercato e per questo molto caro. Le pesche sono enormi e dolcissime e vengono vendute una ad una, spesso inserite in un retino di plastica bianca per evitare che si ammacchino. Per la cronaca: sono le 9,30, il caldo è micidiale e ci rifugiamo sotto l’ombra di un pergolato dove viene diffusa acqua nebulizzata.
Buttare l’immondizia il Giappone può essere un incubo per il turista non sufficientemente attento. Secchioni e cestini per strada non ce ne sono, dato che la raccolta rifiuti è porta a porta. Gli unici cestini pubblici sono o nei pressi dei distributori automatici (e spesso sono poco visibili) o sono posti all’ingresso dei combini (i nostri mini market) o dei supermercati. Le uniche altre soluzioni per disfarsi dell’immondizia sono: o chiedere dove sia un secchio ad un commerciante (immancabilmente prenderà i vostri rifiuti per buttarli nel suo secchio privato) o portarsela appresso nello zaino per buttarla nel secchio della stanza in albergo.





Ci spostiamo a Ginza, il quartiere del lusso. In un mondo globalizzato le griffe che espongono vetrine in questa zona per noi occidentali hanno poca attrattiva, dato che sono le stesse che troviamo anche in Italia. Alle 11 del mattino l’afa è così avvolgente che “decidiamo” di dover assolutamente entrare in un concessionario Nissan per ammirare un prototipo in esposizione 🥵 Yukie ci stupisce portandoci al piano -1 di un centro commerciale lì di fronte per farci assaggiare dei dolci. Ci anticipa di non stupirci perchè in Giappone è usuale sfruttare i piani interrati dei centri commerciali per ospitare le food area. Rammento infatti la mia meraviglia quando nel mio primo viaggio trovammo una rinomata ramen street nella zona commerciale sotto la Stazione Centrale di Tokyo. Ci ritroviamo in una serie di banchi di pasticceria con dolci raffinatissimi (d’altronde siamo a Ginza, il quartiere dei ricchi dove trovi il meglio di tutto) che sono uno spettacolo per gli occhi. Quelli che assaggio a me piacciono, ma ricordate che in Giappone non esistono i dolci zuccherosi della nostra tradizione.





Lasciato il centro commerciale andiamo al mercato del pesce di Tsukiji e ci attardiamo un po’ perdendoci nei suoi vicoli ed assaggiando sushi & co di bancarella in bancarella. Ormai siamo in tarda mattinata ed il sole picchia ancora di più. È facile incontrare i giapponesi che si riparano sotto un ombrello. Nella cultura locale bisogna avere una pelle liscia e chiarissima e, rispetto ad un cappello, un ombrello protegge anche spalle e braccia dai raggi solari.





Dopo questa pausa è ora di rimettersi in marcia e passiamo prima davanti al Teatro Kabuki per ammirarne i decori per poi raggiungere il Palazzo Imperiale. La tenuta del Palazzo consiste di una serie di padiglioni bassi (dove vive la famiglia imperiale) e di una seri di torri e fortificazioni bianchissime che servono a presidiare il muro di cinta che, col fossato, separa nettamente la tenuta stessa dalla città. In primavera avevo visitato la zona aperta al pubblico dei giardini, il lato est, ma con quest’afa sarebbe più un incubo che un piacere e per fortuna Yukie ha programmato solo la classica foto del castello alle spalle del ponte che porta al cancello principale.
Per pranzo ci spostiamo a Shibuya e ci dividiamo all’interno dell’Omotesando Hills, un centro commerciale, così che ognuno possa più facilmente mangiare quello che vuole. Come avevamo già sperimentato ieri sera senza prenotare (dove possibile farlo) è veramente difficile far accomodare un gruppo di tredici persone.





Io ed altri tre partecipanti ci uniamo a Yukie che ci porta a pranzo fuori dal centro commerciale all’Yamawarau shabu-shabu (link qui), un posto dove va anche lei a mangiare con la famiglia nei giorni di festa. In questo ristorante, come indicato nel nome, si mangia shabu shabu. Questa è la variante giapponese di una ricetta mongola. Immaginate di essere seduti davanti ad un pentolino con acqua che bolle e di avere due ciotole, una con della carne di manzo e/o maiale ed un’altra con delle verdure. Con delle bacchette di metallo si fanno cuocere carne e verdure nel pentolino per poi mangiarle dopo averle insaporite con alcune salse a disposizione.





Dopo pranzo il gruppo si riunisce ed andiamo all’incrocio di Shibuya. Nella piazza andiamo ad ammirare la statua del cane Hachikō, protagonista di una commovente storia di fedeltà nei confronti del suo padrone, il professore Hidesaburō Ueno. Il professore morì improvvisamente durante una lezione all’università, stroncato da un ictus. Hachikō, come ogni giorno, si presentò alla stazione di Shibuya alle cinque del pomeriggio, l’orario in cui il suo padrone solitamente arrivava. Ma attese invano. Ciononostante, tornò alla stazione tutti i giorni. Con il passare del tempo, il capostazione di Shibuya e le persone che prendevano quotidianamente il treno iniziarono ad accorgersi di lui e cercarono di accudirlo, offrendogli cibo e riparo. Con il passare del tempo la vicenda ebbe un enorme risalto sui media e molte persone cominciarono ad andare a Shibuya solo per vederlo e poterlo accarezzare, mentre attendeva invano il padrone. Gli fu dedicata la statua e quando morì, dopo dieci anni di vana attesa, fu dichiarato un giorno di lutto nazionale.
Attraversata la strada siamo saliti nel centro commerciale al primo piano per poter vedere dalle finestre dello Starbucks l’incrocio di Shibuya, famoso per le sue folle ordinate che, al comando dei semafori, attraversano in contemporanea le strade sia in senso ortogonale che diagonale.





Per concludere la sua visita guidata, Yukie ci accompagna ai giardini di Hama-rikyu. Questi giardini erano di esclusiva pertinenza imperiale e furono aperti al pubblico nel 1946. Si estendono intorno ad un enorme stagno di acqua salmastra, in quanto collegato direttamente alla baia di Tokyo. Grazie ad una passeggiata su un ponte di legno di 120 metri è possibile raggiungere una Nakashima-no ochaya (una sala da tè) su una delle isole dello stagno. Lì degustiamo delle tazze di tè verde matcha accompagnato da un dolcetto tradizionale – per chi non lo sapesse il tè macha è bello amaro ed il dolcetto dovrebbe compensare.





Salutata Yukie saliamo sulla monorotaia per Odaiba, isola artificiale dove ammirare la replica in piccolo della Statua della Libertà ma anche la statua in dimensione 1:1 del Gundam (in versione Unicorn). Troviamo anche un Doraimon che ci saluta da una comoda panchina 😎





Ceniamo nel Diver City Tokyo, il centro commerciale alle spalle del Gundam, ovviamente nella food area al piano -1. Ripresa dopo cena la monorotaia per lasciare l’isola raggiungiamo il grattacielo Tokyo Metropolitan Government Building, noto anche come Tocho, nel quartiere di Shinjuku. Oltre ad essere il centro del potere politico e amministrativo della capitale giapponese ospita anche un osservatorio panoramico liberamente accessibile. Riusciamo ad entrare ad un minuto dalla chiusura e così a salire al quarantacinquesimo piano per ammirare da 243 metri di altezza Tokyo by night.





Come gran finale raggiungiamo il quartiere di Kabukicho dove dalla torre dell’Hotel Gracery spunta la testa di Godzilla. La torre ospita sia l’albergo che il cinema multisala Toho e come tributo al principe dei mostri l’albergo ha creato la Godzilla Room dalle cui finestre si intravede l’occhio di Godzilla.
A questo punto, sfiniti dalla giornata infinita, ce ne torniamo al nostro capsule hotel.
11 Luglio 2023

Di buon ora lasciamo l’albergo per prendere alla Stazione di Ueno il nostro Shinkansen che ci porterà al nord. Prima di raggiungere il binario compriamo del bentō, il cosiddetto “cibo da viaggio”. Una scatola preconfezionata, divisa in settori, ripiena di vario cibo da consumare in viaggio appunto. Il bentō può essere comprato solo in stazione, non sulle banchine e non a bordo dove o non passa nessun carrello o servono solo dei tramezzini.





Lo Shinkansen ci porta in sei ore e mezza da Tokyo ad Hakodate, nel sud dell’isola di Hokkaido, passando sotto lo Stretto di Tsugaru grazie al Tunnel Seikan, la galleria sottomarina più lunga al mondo!
Le acque territoriali del Giappone si estendono fino a tre miglia nautiche (5,6 km) nello stretto di Tsugaru invece delle solite dodici come conseguenza del trattato di pace della II Guerra Mondiale per consentire alle marine alleate di non dover circumnavigare l’isola di Hokkaido. Nonostante questa peculiarità il Tunnel Seikan è comunque considerato sotto completa giurisdizione giapponese.

Ad Hakodate lasciamo lo Shinkansen e con un treno locale raggiungiamo la nostra prima tappa in Hokkaido: il Lago di Toya. Scendiamo alla stazione di Toyako e con un autobus di linea raggiungiamo le sponde del lago.





Prendiamo subito le nostre stanze al Granvillage Toya Daiwa Ryokan Annex (link qui), così da lasciare lì i bagagli e poter subito effettuare la prima escursione nonostante il meteo avverso.
Una intera giornata di sole in Hokkaido è cosa rara. Il clima è sempre molto variabile ed in genere nella bella stagione il sole brilla pienamente per un terzo della giornata. Poi spesso si vela, le nuvole si addensano e piove spesso. Questo nella bella stagione. Negli stessi posti d’inverno la temperatura cala a -5 e cadono un paio di metri di neve! A causa del clima estremo, l’Hokkaido è l’isola meno sviluppata del Giappone, sia come popolazione, sia per infrastrutture. Lo Shinkansen arriva solo fino ad Hakodate (sebbene sia in costruzione un prolungamento della linea per raggiungere il capoluogo della prefettura: Sapporo), i treni locali servono poche tratte e ci si sposta molto in autobus. È l’unico posto del Giappone dove può avere senso affittare un’auto, soprattutto se si viaggia in coppia.





Il nostro albergo è proprio sulle sponde del Lago Toya, un’enorme lago vulcanico dalla forma quasi circolare e del diametro di circa 10 km. Per abbracciarlo con lo sguardo occorre salire tramite una funivia sulle pendici del Monte Usu, un vulcano alto 700 metri (link qui). Ha appena spiovuto e c’è nebbia bassa e noi prendiamo un bus di linea che ci porta fin quasi alla funivia. Abbiamo infatti scoperto che solo ad agosto l’autobus effettua la fermata proprio alla funivia, mentre nel resto dell’anno tocca scendere sulle sponde del lago e percorrere a piedi la strada di due chilometri e mezzo in leggera salita che porta alla Funivia Usuzan (link qui), la cui stazione di partenza, la Showashinzan Station, è proprio a ridosso di un giovane duomo lavico formatosi nel 1944-45 di nome Showa Shinzan. Per la cronaca, la formazione, alta 398 metri, è geologicamente così giovane che le rocce ancora fumano abbondantemente.





Prendiamo la funivia ed arriviamo ehm… in cima. Speravamo in un po’ di fortuna ma non è giornata. Una fitta nebbia avvolge anche la montagna e di panorami non se ne vedono. Percorriamo comunque la prima parte di un sentiero che ci porta all’Usu Crater Observatory e lì ci fermiamo evitando di proseguire fino al Crater Observatory deck. Nebbia fitta. Visibilità nulla. Ci prendiamo un gelato al cafè della stazione (sempre nebbia fitta anche da quella terrazza) e riprendiamo la funivia. Miracolo! Durante la discesa c’è un lieve miglioramento e alla fine riusciamo rocambolescamente ad ammirare il lago.





Torniamo a piedi sulla strada, attendiamo il bus, veniamo travolti da un nubifragio, saliamo bagnati fradici sul bus e finalmente ci godiamo il nostro albergo.
La cena è in albergo (alle 19 per la cronaca, perché come sempre una volta fuori dalle grandi città gli orari sono quelli tipici delle province) ed è a base di carne shabu shabu (buona, anche se non al livello del ristorante di Tokyo). Alle 20,30 grande spettacolo di fuochi d’artificio sul lago (vengono organizzati tutte le sere d’estate per i turisti), dopodiché onsen e letto – a terra sui futon.
Con rare eccezioni in Giappone la sera avrete sempre la possibilità di accedere ad un onsen. Ma cos’è un onsen? Questo termine identifica una stazione termale che può essere gestita dalla comunità – quindi una struttura pubblica – o da un albergo. Non è prevista promiscuità: ogni onsen quindi è composto di una zona maschile separata da quella femminile. Spesso le vasche di acqua calda sono due: calda e più calda. Quando si entra in un onsen si lasciano i vestiti ed i propri effetti personali in degli armadietti e poi, nudi, si accede ad una zona con delle docce (basse, ci si siede su degli sgabellini) dove potersi lavare ed eventualmente radere. Come sempre sono a disposizione rasoi usa e getta, spugne da scrub, docciaschiuma e shampoo. Solo dopo essersi lavati e sciacquati accuratamente si accede alle vasche di acqua calda.
12 Luglio 2023

Il programma prevede di prendere il treno fino alla stazione di Noboribetsu. Lì lasceremo nei locker della stazione i bagagli e con gli zaini raggiungeremo grazie ad un bus di linea il villaggio di Noboribetsu Onsen. Poi torneremo alla stazione e con un altro treno andremo a Sapporo.

Abbiamo gli orari dei treni e quelli degli autobus. Ed in Giappone si può fare affidamento al minuto sugli orari dei mezzi pubblici. E quindi abbiamo stimato che i dieci minuti tra l’arrivo in stazione e la partenza del bus siano più che sufficienti. Cosa potrebbe mai andare storto?!? Ecco, vi spiego… normalmente i locker pubblici sono armadietti di varia capienza e prezzo e sono muniti di apposita feritoia per inserire le monete. Un locker, una feritoia. Ognuno riempie con uno o due bagagli un locker, lo chiude e mette le monete. Rapido. Alla stazione di Noboribetsu invece TUTTI i locker sono comandati elettronicamente da una macchinetta centrale! Metti i bagagli nel locker, non trovi dove mettere gli spicci, vai al touch display e ti metti in fila, cambi lingua dal jappo all’inglese, inserisci il codice del locker, paghi, stampi il qr code per riaprire il locker. Troppo tempo!!! Allora io e quelli che già sono riusciti a chiudere i locker corriamo sul bus per dire all’autista di aspettare tutto il gruppo.





Gli autobus di linea in Giappone hanno due porte. Una centrale dove si sale e si prende il biglietto (il biglietto è chilometrico e su un display si legge il costo della corsa man mano che si aggiungono le fermate) ed una anteriore munita di macchinetta per pagare (con vaschetta dove far cadere gli spicci e fessura per le banconote). Uno di noi si piazza nel mezzo della porta centrale per evitare che l’autista la chiuda, mentre noi altri tentiamo di comunicare con l’autista. Immaginatevi l’autista. Seduto nel suo gabbiotto. In divisa. Indossa guanti bianchi, cappello e mascherina. Come quasi tutti in Hokkaido, parla solo giapponese. È indifferente a tutto ciò che lo circonda. Per lui conta solo la tabella oraria appesa ad un gancio alla sua destra. Noi gesticoliamo, parlando in tutte le lingue che conosciamo (ovviamente NON il giapponese), tentando di mimare locker che si chiudono e gente che corre – ed in effetti uno dopo l’altro i restanti membri del gruppo corrono fuori dalla stazione per salire sul bus.
Arriva l’orario della partenza. Ma la porta centrale non si può chiudere – ricordate? Uno di noi appositamente l’ha bloccata col proprio corpo. L’autista, ridestatosi dal suo torpore, in giapponese sicuramente ci sta invitando a liberare la porta. Noi continuiamo a mimare gente che corre, ad indicare la stazione, a parlare in inglese. Un minuto di ritardo… due minuti di ritardo… l’autista si agita ed indicando la tabella con gli orari appesa al gancetto alla sua destra ci dice che deve partire (magari ci insulta pure, ma vallo a capire il giapponese. L’unico di noi che ne parla un po’ sta ancora combattendo coi locker). Al terzo minuto di ritardo il samurai assopito nell’animo dell’autista si desta e ruggisce! Impossibile per lui accettare di un’onta simile: tre, dico tre minuti di ritardo! L’autista strappa dal gancetto la tabella oraria, si alza e scende indicandola e protestando vivamente per il sequestro del suo bus!!! E per fortuna in quel preciso momento l’ultimo membro del gruppo schizza fuori dalla stazione e balza a bordo. Bene… a questo punto finalmente la porta viene liberata ed il povero autista può far partire il mezzo.

Siamo a Noboribetsu per vedere la zona geotermica, la Hell Valley. E l’autobus ci porta in una ventina di minuti dalla stazione, che è sulla costa, a Noboribetsu Onsen, il villaggio nei pressi della Valle dell’Inferno!
Il termine onsen indica originariamente una sorgente termale e solo successivamente è stato esteso alle vasche riscaldate artificialmente. Storicamente quindi il termine viene associato a nomi di località per indicarne la “destinazione d’uso” termale. Nel luogo dove siamo per esempio Noboribetsu indica la città nuova sulla costa e Noboribetsu Onsen il villaggio con sogenti termali.
Qui c’è il capolinea dei bus e mentre ci informiamo su come raggiungere la valle all’info point vediamo che il nostro autista, tabella degli orari alla mano, racconta ad un collega l’incredibile atto di sopruso che ha subito!





Percorriamo a piedi la strada principale del paesino lungo un percorso punteggiato di statue di demoni (kami) e di tempietti – chi se non un demone secondo la religione shinto potrebbe albergare e generare un paesaggio infernale o causare terremoti con la sua clava?!? Superata anche una fonte geotermale nel pieno centro del paese da cui si innalza una alta colonna di vapore, raggiungiamo finalmente l’ingresso di Jigokudani (o Hell Valley in inglese).
Attenti a non confondere la Jigokudani dell’Hokkaido con l’omonima Jigokudani dell’isola di Honsū, nota per il Parco delle scimmie delle nevi dove i macachi fanno il bagno nelle pozze calde.
Che spettacolo!!! Una valle piena di geyser, rocce rossicce e bianche, pozze fumanti ed odore di zolfo! Ammetto che la prima cosa che, ad un anno esatto da quel viaggio, ho pensato è stata: sono in Islanda!!! Percorriamo le passerelle di legno che ci permettono di muoverci in sicurezza nella valle.

Jigokudani è molto grande e a parte questo tratto iniziale comprende molti sentieri che sono ben rappresentati sulle mappe. Avendo un paio d’ore a disposizione scegliamo un percorso adeguato e raggiungiamo il belvedere sul lago Oyunuma, un impressionante stagno fumante.





A quel punto scendiamo a valle per raggiungere il bordo del lago e da lì andiamo lungo un sentiero che costeggia il fiume Oyunuma. Anch’esso trasporta acqua calda ed è attrezzato con pontili e sedute per effettuare dei pediluvi. Alla fine del sentiero incrociamo una strada e, superata una strana statua di un demone papà mano nella mano con demone figlio, torniamo al villaggio.





Come sempre ci dividiamo per pranzo. In quattro troviamo posto in un piccolo cafè (link Google Maps qui) e poi di nuovo tutti sul bus e sul treno per Sapporo.

A Sapporo prendiamo le stanze nell’Hotel Abest Sapporo (link qui), dopodiché ci facciamo una passeggiata per visitare il Museo della Birra Sapporo (link qui).
In Giappone l’augurio da pronunciare al brindisi è kampai 乾杯 (letteralmente “bicchiere asciutto”). Meglio evitare il nostro cin cin perché ha un suono simile a chinchin ちんちん, lʼorgano sessuale maschile.





Arriviamo al museo quasi all’orario di chiusura. È possibile ancora visitarlo, e ne approfittiamo, ma il bar per le degustazioni a fine visita ormai è chiuso. Come ho già più volte accennato, qui nel nord l’inglese è poco diffuso. Ma addirittura trovare i contenuti scritti ed audiovisivi di una meta turistica e commerciale come questa solo in giapponese non me lo aspettavo.





Dopo la visita torniamo alla stazione dei treni, intorno alla quale sorge un vasto complesso commerciale con le sempre presenti food area. Come sempre ci dividiamo per cena. Io e qualche altro temprato membro del gruppo decidiamo di cenare al più famoso e rinomato ristorante sushi roll della città: il Nemuro Hanamaru at Sapporo Station (link qui). La tempra è servita per l’attesa… tre ore!!! È stata veramente dura ma solo in altre due occasioni mi è capitato in questo viaggio di mangiare così bene. In questi sushi roll il colore del piatto indica la fascia di prezzo. Solo alcuni sushi scorrono sul rullo. Vengono ciclicamente annunciati piatti extra e c’è un menù da cui ordinare buona parte delle pietanze.
13 Luglio 2023

Vi anticipo che a pranzo mangeremo del sushi all’altezza di quello di ieri sera. Ma andiamo con ordine.
Il programma di oggi prevede di visitare la costa a nord di Sapporo, la Penisola dello Shakotan. Abbiamo pensato per questa escursione, anziché affittare per la giornata dei taxi collettivi, di approfittare di un tour guidato della Chuo Bus (link qui) che con un bus turistico ed una guida (ahinoi parlante solo giapponese) propone una giornata ben organizzata: soste ai viewpoint, pranzo, una gita su una barca col fondo di vetro (opzionale e legata al meteo) e la visita ad una distilleria di sakè. I posti sul bus sono preassegnati e veniamo accomodati un po’ quà, un po’ là. Io capito in uno dei primi posti, con a fianco una signora di mezz’età giapponese (l’età media dei passeggeri comunque è alta. Sembra proprio che i giapponesi facciano turismo prevalentemente nella terza età). L’Hokkaido ha un fortissimo turismo interno ed in effetti, a parte noi, sono pochissimi i non giapponesi a bordo. La signora parla inglese, mi dice di essere di una città dalle parti di Tokyo e di essere a Sapporo perché ha preso un paio di giorni di ferie. E la nostra conversazione finisce praticamente alla partenza del bus. Dormirà per tutto il tragitto, per ridestarsi solo alle varie soste! Molto giapponese!
La guida indossa guanti bianchi e mascherina e parlerà per tutto il viaggio! Sempre e solo in giapponese. Il bus percorre la strada lungo la costa che ci regala scorci meravigliosi. Ma al massimo ci permette qualche scatto dal finestrino, perché se una sosta non è prevista… non è prevista 🤷🏻♂️





Prima sosta prevista: Roadside Station Space Apple Yoichi. Come si potrebbe (forse) arguire dal lunghissimo nome è una sosta tecnica nella cittadina di Yoichi per andare in bagno. Il piazzale dove ci fermiamo ospita un negozio di souvenir, un negozietto che produce una buona torta di mele (provata) e la Space Dome (link qui), un museo dedicato al primo astronauta giapponese, Mamoru Mohri, nativo proprio di Yoichi. Purtroppo il tempo della sosta è poco e non è possibile visitare il museo. Ora, una nota di colore. Il meteo è molto variabile oggi. Al momento della risalita sul bus pioviggina. Così leggermente che io neanche me ne curo. Ebbene l’autista e la guida si sono messi ai lati della porta del bus con gli ombrelli aperti così da non far bagnare i passeggeri mentre chiudono i loro. Molto giapponese!





Arriviamo al primo viewpoint: Shimamui Coast. Ad ogni sosta, prima di farci scendere, la guida scrive su una lavagnetta l’orario a cui essere di nuovo a bordo. Anche questo molto giapponese! (E no, stavolta non c’è assolutamente la necessità di causare ritardi e addirittura arriviamo sempre una manciata di minuti in anticipo ai vari appuntamenti).
Il tempo concessoci non è mai molto, cosicché avanti, veloci verso il viewpoint. Dalla strada si passa attraverso una galleria pedonale e si sbuca sulla scogliera. C’è una scalinata in legno che permette di raggiungere la spiaggia. Il tempo è risicato e solo pochi si avventurano per scendere e risalire a passo svelto i 100 metri di dislivello. Io mi fermo a metà altezza, dove oggettivamente si può godere di una vista eccezionale sul panorama.





Sosta successiva, la pausa pranzo da Hama Sushi a Yobetsu. Nonostante Hama Sushi sia una catena di ristoranti, qui siamo in Giappone ed entriamo in un ambiente molto tipico. La sala da pranzo è rialzata su un tatami, ci si siede a terra davanti a dei tavolini bassi. Il pasto è fisso, una zuppa di miso ed una ciotola di sashimi di pesce freschissimo! Extra ordiniamo del bafun uni, sashimi di polpa di riccio di mare. Piatto tipico e che così fresco si trova solo in questo periodo dell’anno e solo qui in Hokkaido. Tutto squisito. Farei volentieri il bis ma… non possiamo certo sforare i 40 minuti che l’organizzazione ci ha così gentilmente concesso per il pranzo 😬





Dopo pranzo raggiungiamo Cape Kamui. Qui dovremmo fare una passeggiata fino al faro ma… il meteo ha deciso diversamente: un forte vento dardeggia la pioggia sui poveri turisti. Mi compro uno di quei simpatici kay way trasparenti che indossano tutti i giapponesi (when in Rome, do as the romans do) e sfidando le intemperie raggiungo il gruppo sul viewpoint per ammirare da lontano il promontorio del faro.





Ovviamente con questo tempo l’eventuale sosta per la gita sulla barca dal fondo di vetro viene annullata ed andiamo direttamente alla Tanaka Sake Brewery (link qui) ad Otaru. Accompagnati da una guida anche qui parlante solo giapponese visitiamo la vecchia distilleria per poi accedere al negozio dove poter assaggiare ed acquistare varie tipologie di sakè.





Il tour prevede una sosta alla stazione di Otaru e noi preferiamo scendere qui per visitare la cittadina per conto nostro e tornare poi col treno a Sapporo. A posteriori non mi sento di consigliare il tour di Chuo Bus. Forse avremmo fatto meglio ad affittare dei taxi collettivi per tutto il giorno. Al di là del meteo, la costa dello Shakotan regala scorci meravigliosi e con un’auto ci si può fermare per goderseli e fotografarli. Noi invece abbiamo partecipato ad un vero tour (de force) giapponese: tutti insieme irregimentati a fare la foto ricordo e poi via verso la prossima foto ricordo. Forse è un’esperienza che una volta nella vita va fatta, quindi bene, ma eviterei di ripeterla.





Otaru merita appieno una sosta. È una pittoresca città portuale con un canale su cui si affacciano gli antichi dock spesso rimodernati, antichi edifici in stile europeo ed un’atmosfera bohémien a condire il tutto. La città è famosa per le sue lanterne di vetro soffiato a mano e per il sushi.





Dopo aver girato in lungo ed in largo la cittadina ed i suoi negozzietti, come sempre ci dividiamo per cena ed io mi unisco al gruppo in cerca di ramen. Ceniamo nel ristorante Mahoro (link di Google Maps qui). Ottimo!
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