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2026

Dougga

Nikon D750 con Nikkor 24-70 e iPhone 16 Pro

28 Dicembre 2025

Partiamo dall’Italia di buon’ora… ehm no, scopriamo che Tunisair ha circa un paio d’ore di ritardo. Quindi no, partiamo con calma ed atterrati finalmente a Tunisi troviamo ad aspettarci la nostra guida Saadi. Saliti sul nostro bus GT che ci scorrazzerà più che comodamente in giro per tutto il viaggio, raggiungiamo il nostro albergo, il centralissimo Tiba Hotel. Visto che siamo in inverno ed abbiamo poche ore di luce decliniamo l’invito di Saadi di fermarci in un ristorante per il pranzo. Saliti sul nostro bus lasciamo Tunisi percorrendo Route del la Goulette, una strada che taglia il Lago di Tunisi. Questo Lago è una laguna naturale poco profonda, estesa su 37 km² e con acqua salmastra in quanto collegata al mare presso la cittadina di La Goulette. Quello che mi sorprende è scoprire che la strada che stiamo percorrendo non è frutto dell’ingegneria contemporanea ma poggia su una diga romana, eretta per meglio sfruttare il fertile entroterra di Cartagine.

Attraversiamo velocemente La Goulette, che per la cronaca ospitava un tempo una cospicua comunità italiana (qui nacque l’attrice Claudia Cardinale). Il nome non deriva da quello dell’imbarcazione a cui sembra richiamare ma dal toponimo arabo Halq al-Wādī (“gola del fiume”), che designa la strozzatura (un canale largo 28 metri) per mezzo della quale il Lago di Tunisi comunica col mare aperto ed ai cui lati è sorta la città. Saadi ci informa che stiamo passando in un quartiere della media borghesia tunisina. Osservandolo dai finestrini dell’autobus il quartiere ai nostri occhi si presenta come molto modesto, dandoci subito la misura del divario economico tra il nostro paese e quello che ci ospita.

Raggiungiamo finalmente la nostra meta: il villaggio di Sidi Bou Said. Nel XIII secolo il villaggio prese il nome attuale dal santo e sapiente Abou Saïd Khalaf Ibn Yahya el-Tamimi el-Béji, chiamato appunto Sidi Bou Said. Divenuto noto per la sua pietà e la sua devozione religiosa, aveva l’abitudine di frequentare un faro situato vicino Cartagine per meditare con i suoi compagni. Dopo la sua morte fu eretta una Zawiya (o Zaouïa) che divenne sede della confraternita sufi da lui ispirata.

Il sufismo è la dimensione mistica dell’Islam, dimensione che ridefinisce un Islam adatto ai bisogni popolari. Questa ridefinizione porta al culto dei santi o a festività legate alla felicità popolare. In Maghreb il sufismo si organizza in confraternite che ruotano attorno ad un edificio religioso detto Zawiya (o Zaouïa), termine che per estensione designa anche la confraternita. Le confraternite sono organizzate con una gerarchia rigida che prevede a capo di tutti uno sceicco (che non riconosce altro potere, al di sopra del suo, che quello di Dio e di Maometto) e a lui sottoposti un califfo, un muquaddam (un missionario o un letterato) ed infine i seguaci, detti in Nordafrica ikhwan.

Saadi ci spiega che nel XVIII secolo i governatori turchi di Tunisi e i cittadini benestanti costruirono qui numerose residenze. La svolta turistica arrivò invece negli anni ’20 del novecento, quando Rodolphe d’Erlanger, pittore e musicologo francese, utilizzò il bianco e il blu per dipingere il suo palazzo, chiamato Ennejma Ezzahra, sito sulle pendici del borgo. L’abitudine di utilizzare per le abitazioni la calce bianca, colore ideale per riflettere i raggi del sole e mantenere il fresco, era ovviamente già diffusa. Ma fu lui a fare pressioni sulle autorità locali per ottenere la tutela dello stile architettonico della cittadina.

Scesi dal bus percorriamo Rue Hedi Zarrouk, lungo la quale si aprono cafè, botteghe di artigianato e rivenditori di bambalouni, una ciambella tonda di farina che viene fritta e poi ricoperta di zucchero, tipica proprio di Sidi Bou Said. Notiamo che molte delle residenze di lusso storiche sono state trasformate in alberghi/ristoranti, tutti rigorosamente a cinque stelle. Il blu ed il bianco danno un aspetto molto mediterraneo al luogo. Le case hanno portoni decorati, spesso anch’essi dipinti di blu anche se ne troviamo alcuni dipinti di giallo ocra, e finestre e grate in ferro battuto. Non mancano i mashrabiyya, balconi chiusi intagliati nel legno, un tipico elemento dell’architettura islamica che serviva sia per mantenere l’ombra all’interno, sia per osservare il traffico sulla strada senza essere visti. Raggiungiamo la fine della strada che si apre su un belvedere che domina il piccolo porto turistico e la spiaggetta di Sidi Bou Said. Tornando indietro ci inerpichiamo sulla cima della collina dove sorge il faro ed il cimitero islamico. Di lì poi scendiamo su una terrazza posta al lato della moschea da dove possiamo ammirare lo splendido tramonto.

Tornati in albergo andiamo a cena al Restaurant Neptune, un’osteria locale aperta “fino a tardi”. Se volete cenare senza problemi l’orario migliore per i locali non turistici sarebbe le 19. Noi, avendo fatto tardi, andiamo a cena alle 20 col risultato che molti piatti del menù sono finiti. Per fortuna siamo molto adattabili e ceniamo abbondantemente e senza troppi drammi. Dopo cena facciamo due passi sulla Avenue Habib Bourguiba, dove sorgono il Teatro Municipale di Tunisi (decorato in stile Art Nouveau e chiamato colloquialmente bonbonnière dalla sua forma), la Cattedrale di San Vincenzo de’ Paoli (link qui) – eh si! c’è una cattedrale cattolica a Tunisi, tutta transennata all’esterno e presidiata dalle forze dell’ordine per motivi di sicurezza – e la turisticissima scritta I Love Tunis. Ovviamente irrinunciabile una foto tra le lettere – sebbene con mezza piazza transennata e con due blindati della polizia non sia proprio semplice trovare un’inquadratura decente 🤪

29 Dicembre 2025

In mattinata Saadi ci accompagna nella visita della medina di Tunisi. Per farci risparmiare tempo (e quindi percorrerla da un lato all’altro) ci spostiamo col bus fino a Kasbah Square.

Siamo in piena zona governativa con il Palazzo del Municipio (l’Hotel de Ville) e la sede di molti ministeri. La piazza, che sorge al posto dell’antica cittadella fortificata, è molto ampia ed al suo centro sorge il Monumento Nazionale della Kasbah, opera dell’artista Abdelfattah Boussetta, che commemora eventi chiave della storia tunisina, rappresentando un omaggio alle radici islamiche e al movimento nazionale.

A volte si fa confusione tra due termini che indicano due concetti molto simili: kasbah (o casba) e medina. La medina è l’intero centro storico di una città nordafricana, un tessuto urbano con vicoli e souk, mentre la kasbah è una cittadella fortificata posta all’interno della medina stessa. La kasbah è quindi una componente specifica della medina, un suo quartiere fortificato, non l’intera città vecchia. 

Entriamo nella medina da Rue Sidi Ben Zied, passando sotto il bel minareto della moschea Sidi Youssef Dey – e qui finiscono le mie indicazioni stradali perchè poi entriamo nel dedalo dei souk coperti ed il nostro riferimento non sono più i nomi delle strade ma Saadi stesso! Prima visitiamo il souk dei gioiellieri e poi quello dei profumi, il Souk el Attarine.

Qui ci fermiamo in una bottega dove abbiamo l’occasione di poter apprezzare ed acquistare le essenze preparate artigianalmente.

Non sono stato molto attento, un po’ perchè poco interessato, un po’ perchè ero già stato in posti simili nei due viaggi in Egitto. Con buona probabilità comunque anche qui le essenze che imitano i profumi di successo mancano della parte alcolica, risultando così più persistenti ed evitando problemi legali ai produttori.

Dopo una sano shopping profumato sbuchiamo in una stretta piazza, chiusa da un lato dalla Moschea al-Zaytuna. La moschea è accessibile ai soli mussulmani (come in realtà quasi tutte le moschee nel mondo arabo) ed è il santuario più antico e più vasto di Tunisi. Eretta su una superficie di circa 5000 m², è dotata di nove entrate e possiede 184 colonne antiche, provenienti essenzialmente dal sito archeologico di Cartagine. Oltre a luogo di culto per lungo tempo la moschea è stata anche una postazione difensiva rivolta verso il mare, dotata per questo anche di due torri di avvistamento.

Spostandoci tra i vicoli incrociamo lo splendido Café Yassamine ed insistiamo con Saadi per fermarci a bere un tè alla meta. Abbiamo tempo per cui ordiniamo il tè e ne approfittiamo per parlare un po’ con lui della sua vita. Saadi non parla di politica – almeno non direttamente – ma la sua storia personale è una cartina al tornasole di quella della Tunisia contemporanea. Oggi Saadi ha 75 anni e da giovane era uno studente di sinistra, addirittura un maoista: leggevo anche Rossana Rossanda ci dice. Dopo una laurea in letteratura e linguistica viene incarcerato per tre anni a causa delle sue idee politiche. All’uscita dalla prigione il giovane Saadi si trova in gran difficoltà, non riuscendo a trovare lavoro proprio per essere stato incarcerato. Ma la sua propensione per le lingue e la sua passione per la cultura lo aiutano portandolo a diventare un insegnante ed una guida turistica.

Dopo le nostre riflessioni personali sulla storia di Saadi e dopo esserci gustati il tè alla menta riprendiamo il giro della medina. Andiamo alla Madrasa El Bachia, una madrassa risalente al 1750 ma, ahinoi, oggi chiusa al pubblico. Il portone è semichiuso e riusciamo solo ad intravedere il vestibolo che si apre sul cortile interno, cortile su cui si affacciano le stanze degli studenti e la biblioteca.

Proseguendo lungo i vicoli raggiungiamo la Église Sainte-Croix de Tunis. La cosa divertente è che, sebbene la chiesa si apra letteralmente su Rue Jamaa Ezzitouna, questa via è così stretta e satura di negozi e persone che se non fosse stato per Saadi non l’avremmo nemmeno vista! La chiesa fu costruita nel 1662 e fu l’unica parrocchia esistente in Tunisia fino alla fine del XVIII secolo. Il complesso, che comprende anche un presbiterio, fu restaurato nel 1848. Tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, la chiesa perse la sua funzione di luogo di culto, soprattutto a seguito della costruzione della Cattedrale di Tunisi. Oggigiorno è un centro culturale, anche se la chiesa è ancora in restauro ed è possibile accedere solo al presbiterio.

Chiacchierando del più e del meno Saadi ci fa presente che Tunisi ospitò anche Giuseppe Garibaldi, l’Eroe dei Due Mondi. Garibaldi giunse a Tunisi fra la fine del 1834 e l’inizio del 1835 dopo la condanna a morte inflittagli dal Regno di Sardegna per aver partecipato ai moti di Genova. Addirittura Bettino Craxi, che era di casa in Tunisia, scrisse un libro sulla vicenda (potete trovare più informazioni qui)

Finiamo la nostra visita raggiungendo la piazza Bab el Bhar, in passato Porte De France, dove sorge ancora la porta orientale della medina che separa la città vecchia dalla città nuova. Torniamo quindi a piedi davanti il nostro albergo dove ci attende il bus.

Ci spostiamo fuori Tunisi, di nuovo a La Goulette, dove stavolta ci fermiamo per pranzo. Non vorremmo sederci a tavola e percorriamo un po’ il lungomare in cerca di qualche chiosco da street food, ma in breve ci rendiamo conto che i cafè sulla spiaggia hanno solo bevande ed allora ci fermiamo per gustare un pesce arrosto al Restaurant Stambali, proprio di fronte il mercato del pesce. Avremmo tempi stretti ma sufficienti se non che scopriamo di non aver considerato che gli antipasti sono inclusi nel menù. È tutto buonissimo, ci strafoghiamo tra antipasti e pesce e riusciamo a tornare al bus con un ritardo ancora giustificabile 🤪

Tornati sul bus raggiungiamo finalmente la nostra meta: Cartagine. Nonostante nel 146 a.C. i Romani l’avessero rasa al suolo e maledetta, il sito era però troppo ben scelto perché rimanesse disabitato ed un secolo dopo Giulio Cesare vi fondò una colonia da cui la città risorse. Saadi ci racconta che Cartagine in tutto fu distrutta e ricostruita ben quattro volte e che fu definitivamente demolita dagli arabi in favore di Qayrawan, cosicché non potesse essere riconquistata nuovamente dai bizantini, ancora padroni del Mediterraneo. La distruzione araba fu definitiva: le mura abbattute, gli acquedotti tagliati, le zone agricole devastate ed i moli resi inutilizzabili. Nonostante ciò alcune sue zone non furono del tutto abbandonate. Si hanno testimonianze che le Terme di Antonino, per esempio, restarono in uso fino all’XI secolo. Fu poi la crescita economica della medina di Tunisi a rendere inutile l’ennesima riedificazione della città, che comunque in epoca moderna è tornata a vivere come quartiere di lusso della capitale, sede di molte costose ville e soprattutto del Palazzo Presidenziale.

Entriamo nel Sito Archeologico di Cartagine. Saadi subito ci illustra uno scavo che ha portato alla luce una necropoli punica. Noi possiamo vedere solo le tombe in quanto le ossa e gli arredi funebri sono custoditi al Museo nazionale di Cartagine (in questo periodo chiuso per restauri) ma questo ritrovamento non va assolutamente sottovalutato. Quando i romani distrussero la prima Cartagine eliminarono anche i monumenti funebri e le tombe e quindi questa necropoli assurge ad un valore unico.

Il sito è comunque per lo più occupato da ciò che rimane delle Terme di Antonino. Questo complesso fu eretto tra il 145 e il 162 d.C. su quattro isolati cittadini distrutti da un incendio. Più che al finanziamento diretto dell’Imperatore Antonino Pio sembrerebbe che il complesso sia dovuto al contributo di cittadini benestanti, in ringraziamento di agevolazioni fiscali concesse da Roma. Ciò che resta dopo distruzioni e saccheggi sono per lo più le strutture ipogee delle terme. Per rendere una vaga idea della loro maestosità è stata restaurata una colonna alta 30 metri che, col suo massiccio capitello, svetta su tutta l’area e che faceva parte di un gruppo di otto colonne che sorreggevano la cupola di un frigidarium grande mille metri quadri. Notevoli la cornice ed un fregio-architrave con iscrizione sul fregio conservati nella zona delle palestre.

Ci spostiamo poi appena fuori dal parco archeologico al Teatro romano di Cartagine, restaurato e sede del Festival international de Carthage (link qui). Uscendo la nostra curiosità viene attirata dall’enorme sigillo recante la raffigurazione stilizzata di un cavallo che occupa buona parte del pavimento. Saadi ci spiega come la leggenda narri che quando i Fenici costruirono Cartagine, rimuovendo la terra per preparare le fondamenta, trovarono delle ossa di cavallo e che così questo animale divenne simbolo del lavoro duro necessario ad erigere la città. Ed ora il cavallo è anche il simbolo del festival musicale.

Infine ci spostiamo sulla collina di Byrsa, l’antica cittadella di Cartagine. In un racconto di Virgilio sulla fondazione di Cartagine da parte della regina Didone, viene narrato che quando Didone e la sua scorta si accamparono a Byrsa, il locale capo berbero offrì loro un appezzamento di terreno che potesse essere coperto da una pelle di bue. Didone tagliò allora una pelle di bue in sottili strisce e le pose una dietro l’altra a formare un cerchio intorno alla collina di Byrsa. A livello archeologico sono stati portati alla luce un quartiere ed una necropoli punica. Su questa collina sorgeva il senato romano e sulle sue rovine i francesi eressero la Cattedrale di San Luigi (il re Luigi IX di Francia o Luigi il Santo morì qui il 25 agosto del 1270 durante l’Ottava Crociata). L’edificio, costruito secondo il progetto dell’abate Pougnet, ha uno stile bizantino-moresco, ed è a forma di croce latina di 65 metri per 30. Non è più adibita al culto, ma viene utilizzata come sala da concerto per l’esecuzione di musiche tunisine e musica classica occidentale.

Mentre torniamo verso Tunisi Saadi ci fa effettuare una veloce sosta davanti le Cisterne de la Malga, un’impressionante insieme di cisterne di epoca romana che, alimentate dall’acquedotto di Zaghouan, accumulavano l’acqua per le Terme di Antonino.

Tornati a Tunisi ceniamo al ristorante Bab Tounès (link qui), un locale di livello sito appena all’inizio della medina.

30 Dicembre 2025

Lasciamo Tunisi per iniziare il nostro tour nell’interno della Tunisia.

Appena fuori città Saadi ci fa effettuare una sosta non prevista per constatare da vicino il buono stato di conservazione dell’Acquedotto di Zaghouan (o di Adriano, come lo chiama sempre Saadi). Costruito appunto sotto l’Imperatore Adriano tra il 120 e il 131 d.C fu demolito dai Vandali nel 409 e ricostruito da Belisario nel 534. L’opera fu nuovamente interrotta durante l’assedio di Cartagine da parte degli Arabi nel 698 e successivamente restaurata dai Fatimidi nel X secolo e poi ampliato e consolidato dagli Hafsidi nel XIII secolo.

La nostra prima tappa è il sito archeologico di Thuburbo Majus a circa 60 km a sud di Tunisi, su un’antica arteria stradale che metteva in comunicazione quest’ultima città ed il Sahara.

La città sorse su un precedente insediamento punico. Venne rifondata nel 27 a.C. quando alcuni veterani vennero inviati da Augusto a Thuburbo come ricompensa per aver servito diligentemente l’esercito. La posizione strategica e l’accesso alle vie commerciali rese la città importante dal punto di vista economico. 

Iniziamo a visitare il sito dalla Casa degli animali legati, un frantoio che comprende una piattaforma che fungeva da deposito per le olive, la zona di frangitura, una doppia vasca di raccolta e tre vasche di decantazione. Deve il suo nome ai mosaici che ne decorano il pavimento, un esempio relativamente raro di mosaici in bianco e nero molto popolari a Roma (l’imperatore Adriano per esempio decorò l’Hospitalia, le stanze per i suoi ospiti a Villa Adriana, proprio con mosaici in bianco e nero)

Da lì passiamo al Capitolium, che svettando con le sue colonne domina tutto il sito. Parliamo di quattro gigantesche colonne corinzie scanalate a tutta lunghezza, in marmo rosa venato, che segnano l’ingresso al tempio. Qui si onorava la Triade Capitolina: Giove, il re degli dei, Giunone, sua moglie, e Minerva, dea della saggezza. Costruito nel 168 d.C. vi si accede tramite un’ampia rampa di scale che sale dal Foro (originariamente colonnato sui tre lati rimanenti). Proprio ai piedi della scalinata si notano i resti di un altare per i sacrifici animali.

Passiamo poi alla Palestra dei Petroni, il cui nome è legato alla famiglia di Petronio Felice, che finanziò la costruzione di questo complesso di ginnasi nel 225 d.C. La struttura era circondata da colonne corinzie fatte di un insolito marmo grigio venato di giallo, di cui una fila rimane tutt’ora in piedi, anche se sostenuta da un’impalcatura, reggendo ancora in alto un’iscrizione latina. Adiacente alla palestra ecco le Terme Estive, un complesso che copre 2800 metri quadrati.

Alle spalle delle Terme si trova il Santuario di Baal, un piccolo tempio quadrato facilmente riconoscibile dai due pilastri grigi con venature gialle in cima ai suoi gradini. Era dedicato al Dio punico Baal Hammon il cui culto sopravvisse, nella forma romanizzata di Saturno Africano, per molto tempo dopo la caduta di Cartagine. La sopravvivenza di questo culto sembrerebbe contraddire alcune fonti che asserivano si sacrificassero bambini a Baal. I Romani infatti non avrebbero mai accolta una divinità che richiedesse sacrifici umani. Saadi ci sottolinea anche che proprio la diffusione del culto “monoteistico” di Saturno Africano abbia reso più semplice l’attecchire del monoteismo islamico.

Ecco poi le Terme Invernali, un complesso più piccolo di quello estivo ma meglio conservato e dotato di un grande ingresso fiancheggiato da colonne di marmo butterate e venate. Entrambi i complessi termali erano pieni di mosaici, i più belli dei quali sono ora in mostra al Bardo. Qui ne sono rimasti comunque alcuni con motivi geometrici che rendono l’idea di come dovessero essere opulenti questi ambienti.

Terminiamo la visita con la Basilica Bizantina. Si tratta del riutilizzo del precedente Tempio di Giunone Caelestis, a sua volta un altra divinità assimilata dai romani per rimpiazzare la dea punica Tanit, moglie di Baal Hammon.

Tra l’altro proprio nella primavera del 2025 Thuburbo Majus ha visto una missione archeologica dell’Alma Mater Studiorum di Bologna nell’ambito di un più ampio progetto di collaborazione con le autorità tunisine (se voleste maggiori informazioni sulla collaborazione potete andare qui). La missione ha messo in risalto un sistema ben conservato di cisterne, pozzi e canali, dedicato alla raccolta, all’utilizzo e al riutilizzo dell’acqua, testimonianza della profonda conoscenza idraulica degli antichi Romani (maggiori info qui). Vi condivido uno dei video della missione che fornisce una vista d’insieme sull’intero sito.

Lasciamo Thuburbo Majus e raggiungiamo Testour per ora di pranzo. Questa cittadina fu costruita sul sito di Tachilla, antica città dell’Impero romano poi scomparsa nel Medioevo. Riedificata nel XVII secolo con pianta a scacchiera, la città venne costruita da una popolazione di musulmani ed ebrei in fuga dalla Spagna dopo la riconquista cristiana. Questa origine è ancora testimoniata dal Minareto della Grande Moschea, costruita nel 1625 da Mohamed Tagharino, che su un lato presenta due stelle di Davide a testimonianza di un tempo in cui l’islam e l’ebraismo convivevano. Un’altra caratteristica unica del minareto è il suo famoso orologio, le cui lancette girano in senso inverso. Secondo una delle leggende locali l’orologio invertito nacque come forma di protesta durante il periodo del protettorato francese. I cittadini di Testour, desiderosi di ribellarsi alla presenza straniera, decisero di far girare al contrario l’orologio per sottolineare la loro resistenza all’invasore e il loro spirito indipendente.

La piazza davanti la moschea e la via principale sono piene di vita e di locali dove mangiare e di bancarelle che vendono formaggi, spremute di melograno e datteri. Siamo liberi per il pranzo e buona parte del gruppo converge verso l’esercizio commerciale di una famiglia molto ben quotato su Google Maps (vi metto il link qui). Parliamo del perfetto street food: un banchetto posto di fronte la porta di casa dove la proprietaria cuoce delle magnifiche crepes ripiene di formaggio locale.

Nel pomeriggio raggiungiamo Bulla Regia. In origine questo sito aveva radici berbere, prima che puniche. Deve il titolo di Regia all’essere stata capitale del Regno di Numidia, satellite dell’Impero Romano, sotto Massinissa prima e suo figlio dopo. Divenuta definitivamente romana sotto Giulio Cesare, vide il suo apogeo sotto Adriano. Decadde lentamente durante il periodo bizantino fino ad un devastante terremoto che la distrusse.

L’originalità di Bulla Regia è legata alle domus romane dotate di un piano ipogeo, atto a proteggere gli abitanti dal caldo e dal sole, una soluzione architettonica che è possibile vedere solo qui. Solo i cittadini più benestanti potevano godere di questo lusso, come testimoniano i numerosi decori, capitelli e mosaici pavimentali con motivi diversi in ogni stanza, mentre il resto della città era costituito da abitazioni normali.

Il primo esempio di questa architettura ci si presenta con la Casa dei Tesori. Ne rimane solo l’ipogeo, decorato però da splendidi mosaici pavimentali del III-IV secolo d.C. e che deriva il suo nome dalla scoperta al suo interno di una brocca di monete bizantine risalenti al VII secolo.

Dopo aver lasciato la Casa dei Tesori proseguiamo lungo la strada per raggiungere la Casa della Caccia, la domus più preservata del sito. Deve il suo nome ad un mosaico con scene di caccia scoperto negli anni ’50. Qui le stanze ipogee si affacciano su un cortile a peristilio con colonne corinzie. Oltre alle camere, nelle quali i letti poggiavano su piccole piattaforme ornate di mosaici, si riconosce la grande sala da pranzo, contraddistinta da un bel mosaico pavimentale.

Quando risaliamo Saadi ci porta in una domus adiacente chiamata Casa della Nuova Caccia perchè anche qui è stato trovato un mosaico con scene di caccia. Lo stato di conservazione della domus però non permette di scendere e ammiriamo dall’alto i mosaici sui pavimenti.

Ma dobbiamo ancora ammirare la gemma nascosta di Bulla Regia e quindi ci spostiamo alla Casa di Anphitrite. Scesa una stretta scala ci si ritrova in un corridoio su cui si aprono tre stanze. Quella centrale è ornata di un mosaico pavimentale che rappresenta Venere (tradizionalmente confusa con la nereide Anfitrite, da cui il nome della casa) portata in trionfo da due mostri marini. Peculiare anche un Cupido che cavalca un delfino mentre si ammira in uno specchio! Ai piedi della scena principale una figura femminile incorniciata che ci viene indicata da Saadi come la matrona proprietaria della domus.

Tornando verso l’ingresso del sito attraversiamo quello che era il Foro cittadino, un vasto spiazzo un tempo lastricato ma oggi in grave stato di abbandono. Ultima tappa sono le Terme di Julia Memmia, forse la figlia di un vecchio console originario della città o forse la moglie di Settimio Severo, il primo imperatore di origine africana. Le sale in cui ci aggiriamo, un grande gymnasium longitudinale ed il frigidarium, sono particolarmente maestose. I bagni memmiani sono di gran lunga gli edifici più imponenti di Bulla Regia e sono anche piuttosto estesi, con pareti alte e volte ad arco.

Raggiungiamo il Thugga Hotel a Tabursuq, una cittadina a poca distanza da Dougga, che visiteremo domani. Ceniamo nel ristorante dell’hotel e dato che questa è una zona piena di cinghiali, ecco che nel menù fisso è compresa una saporita carne di cinghiale. Ed in più, eccezionalmente, abbiamo anche dell’alcool!!! 🍸

31 Dicembre 2025

Stamane iniziamo la giornata visitando il vicino sito di Dougga, chiamata anche la Pompei d’Africa per i suoi resti incredibilmente ben conservati come teatri, templi, terme e abitazioni (ve lo dico subito: niente affreschi, quindi Pompei resta inarrivabile). Prima di essere una città romana fu una fortezza numida che godeva di grande prosperità. Massinissa, re della Numidia, si era infatti alleato con i Romani contro i Cartaginesi e la città, con i suoi probabili 10.000 abitanti, se ne avvantaggiò grandemente ricevendo molti vantaggi da parte di Roma.

Iniziamo la nostra visita dal Teatro. Risalente al 168 d.C. e con una capacità di 3500 posti, è stato restaurato ed è oggi in ottime condizioni. Fu costruito sulla collina onde facilitarne l’edificazione ed ha un fronte di bellissime colonne corinzie e un palcoscenico coperto di mosaici. È il meglio conservato dell’Africa romana e consiste in una cavea di diciannove gradini su tre piani. Attualmente è utilizzato ancora come teatro e vari concerti e spettacoli vi si svolgono durante l’estate.

Dal Teatro ci spostiamo nella Piazza della Rosa dei Venti. Deve il suo nome ad un’iscrizione fatta a compasso dove sono elencati i nomi di dodici venti e collega strettamente il vicino Tempio di Mercurio con un tempio sito nel prospiciente mercato, collegando il ruolo del dio Mercurio come viaggiatore attraverso l’universo e quello del mercato che riceve merci dai quattro angoli del mondo. Come accennato, di fronte la piazza si estendono sia i resti del Mercato, uno dei più antichi dell’Africa Romana, sia una costruzione in pietra nettamente più recente: una Moschea.

Ci spiega infatti Saadi che fino agli anni ’60 la popolazione viveva all’interno della città romana, in abitazioni rurali costruite in prossimità o sopra le rovine, e quindi aveva eretto un suo luogo di preghiera. Negli anni ’60 infine fu costruito il villaggio di Nuova Dougga dove alloggiare questi abitanti, così da rendere il sito un Parco Archeologico. Lui stesso ha avuto occasione di conoscere una persona nata nel Teatro ed un’altra nata nel Campidoglio. Ho trovato questo video del 1920, girato all’interno di Dougga, in cui si vedono armenti pascolare tra le rovine ed una donna attingere l’acqua da una fontana.

Visto che l’abbiamo nominato e che domina la piazza, passiamo a visitare il Campidoglio, un tempio romano dell’anno 163 dedicato ai culti ufficiali in onore di Giove, Giunone e Minerva. All’interno spiccano le tre nicchie dove erano collocate le statue delle tre divinità romane. Le colonne sono monolitiche, cioè costituite da una singola pietra alta 8 metri con capitelli compositi ionici e corinzi. Il rilievo scolpito sul timpano del frontone rappresenta l’apoteosi di Antonino Pio rapito da un’aquila (simbolo della divinizzazione dell’Imperatore dopo la sua morte) mentre nel fregio dell’ingresso si trova un’iscrizione dedicata sempre all’Imperatore.

Ci spostiamo poi nel Foro. Questo in origine era ornato da ben 35 colonne in marmo rosso/arancio di Chemtou con capitelli bianchi. Ma poco ne è rimasto perchè i bizantini utilizzarono gran parte dei materiali di questa struttura per trasformare il Foro ed il Campidoglio in un forte dove la popolazione potesse rifugiarsi in caso di necessità.

Andiamo poi al Tempio di Giunone Caelestis, tempio eretto all’inizio del II secolo, non molto tempo prima che il cristianesimo cominciasse a prendere piede in Tunisia. Il santuario ha una forma rettangolare che originariamente aveva colonne su tutti i lati, mentre intorno al tempio vero e proprio c’era un cortile semicircolare anch’esso circondato da un colonnato. Si narra anche che due statue d’argento adornassero i lati del tempio.

Tornando verso il Foro proseguiamo verso la Casa di Venere, nota soprattutto per i suoi eccezionali pavimenti a mosaico, che raffigurano scene mitologiche e decorazioni raffinate. Proseguendo Saadi ci fa notare una struttura riadattata ad Hammam dalla popolazione araba che si era insediata tra le rovine.

Proseguiamo la visita con le Terme Liciniane, molto interessanti perchè presentano intatte molte delle pareti originali, oltre a un lungo tunnel utilizzato dagli schiavi che lavoravano nei bagni – da noi percorso per entrare nel complesso! Notevole il frigidarium con triple arcate alle due estremità e ampie finestre che assicuravano una splendida vista sulla valle.

Da lì andiamo ad ammirare dall’alto la Villa del Trifolium che prende il nome da una stanza a forma di trifoglio che fu senza dubbio utilizzata come triclinium, la sala da pranzo. È la più grande casa privata finora scavata a Dougga ed originariamente consisteva di due piani, sebbene non sia rimasto quasi nulla del piano superiore. Qualcuno ha supposto fosse un lupanare, ma Saadi non concorda con queste ipotesi. Incontriamo subito dopo i resti di alcune Latrine Pubbliche, che come sempre attestano sia la cura per l’igiene dei romani, sia l’enorme distanza che ci separa dai loro costumi. Nelle latrine pubbliche infatti la gente si incontrava e chiacchierava. Non c’era nè il pudore nè la necessità di privacy di oggi, nè tanto meno il fastidio dei cattivi odori. Nulla però si sa se fossero divise per genere o meno.

E finiamo la nostra visita con il Mausoleo libico-punico di Dougga o Mausoleo di Atban. Come accennato quando visitammo Cartagine, Saadi ci ribadisce che i Romani distrussero non solo i monumenti pubblici ma anche quelli funerari. L’opera di distruzione fu estesa e sistematica ma non arrivò così nell’interno e quindi questo mausoleo berbero-fenicio si è preservato.

Preservato fino ad un certo punto perchè nel 1842 Thomas Reade, il console britannico a Tunisi, ne causò involontariamente il crollo nel tentativo di asportare una lastra recante un’iscrizione bilingue fenicio-berbera. Lo stato attuale del monumento è il risultato di una ricostruzione dei pezzi sparsi per l’area circostante, effettuata dall’archeologo francese Louis Poinssot tra il 1908 e il 1910. L’iscrizione bilingue, ora nel British Museum (e che Saadi ha avuto l’occasione di studiare), ha permesso di decifrare l’alfabeto numidiano. Vi riporto la traduzione: Ecco la tomba di Atban, figlio di Iepmatah, figlio di Palu: i tagliapietre erano Aborsh figlio di Abdashtart, Mengy figlio di Oursken, Zamar figlio di Atban, figlio di Iepmatah, figlio di Palu e tra i membri della sua casa c’erano Zezy, Temen e Oursken. I carpentieri erano Mesdel figlio di Nenpsen e Anken figlio di Ashy. I fabbri erano Shepet figlio di Bilel e Pepy figlio di Beby.

Torniamo sul bus e ci spostiamo nettamente a sud, in quella parte della Tunisia più stepposa che divide il fertile nord dal desertico sud. Nel pomeriggio siamo nel sito archeologico di Mactaris.

La città fu inizialmente un’importante città numida nel I e II secolo a.C. probabilmente un centro fortificato. Era infatti collocata sul bordo di un altopiano a 900 m di altitudine, limitato dalle vallate degli uadi Ouzafa e Saboun, in una posizione facilmente difendibile. Dopo l’annessione del regno numida da parte di Cesare nel 46 a.C. fu lentamente romanizzata negli usi e negli edifici.

Visitiamo la piazza del Foro interamente pavimentata e dominata dall’Arco di Trionfo di Traiano, eretto in onore dell’imperatore che attribuì la cittadinanza romana alle famiglie delle élite locali. Poco dopo una rara testimonianza del dominio vandalico, la Basilica di Hildeguns. L’edificio è preceduto da un nartece (uno spazio posto fra le navate e la facciata principale della chiesa che ha la funzione di un corto atrio, largo quanto la chiesa stessa), con tre porte sulla facciata. Il corpo della chiesa è invece caratterizzato da tre navate. Quella centrale è separata dalle navate laterali da colonne geminate, un tempo sormontate da archi a tutto sesto. Qui potete trovarne una ricostruzione 3D che rende molto bene l’idea di come si suppone dovesse apparire.

Successivamente visitiamo le Grandi Terme. La struttura presenta ancora erette mura alte ben 12 metri che ci tolgono il fiato. Saadi ci fa apprezzare un bellissimo mosaico con decorazione a labirinto sul pavimento della palestra.

Ultima tappa la Schola Juvenes, un edificio di epoca severiana particolarmente ben conservato. Questo “collegio dei giovani” era una sorta di circolo o scuola di formazione per giovani uomini che, oltre a essere addestrati in vari sport e nell’arte militare, ricevevano istruzione in politica, diritto tributario e commercio. Costoro quindi venivano impiegati sia nella riscossione delle tasse sia nella difesa della città. L’edificio adiacente a quello della Schola presenta una serie di vasche e si è supposto che la Schola potesse sfruttarlo o per ricevere tasse in natura o per distribuire beni di necessità. Tornati all’ingresso visitiamo il piccolo Museo Archeologico dove fanno bella mostra soprattutto due mosaici provenienti dalla Domus di Venere, ora reinterrata.

Lasciata Mactaris raggiungiamo Sbeitla, dove alloggiamo al Sufetula Hotel. L’hotel ha organizzato un’animazione danzante per capodanno e così festeggiamo danzando l’arrivo del 2026.

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