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2026

El Jem

Nikon D750 con Nikkor 24-70 e iPhone 16 Pro

1 Gennaio 2026

Sopravvissuti ai postumi di capodanno andiamo a visitare le rovine di Sbeitla, o meglio dell’antica Sufetula. La città romana sorgeva (come la moderna) in una zona semi-arida caratterizzata da letti di fiumi disseccati e a poca distanza da un uadi stagionale. Era un centro importante, come testimoniato dalle rovine e dalle quattro strade che al tempo vi confluivano.

Entrati nel Parco Archeologico raggiungiamo subito il fulcro della città percorrendo il decumanus maximus fino alla Porta di Antonino Pio, unico accesso al Foro e recante una dedica all’Imperatore ed ai suoi figli. Superata la Porta entriamo quindi nel Foro, una piazza lastricata e cinta da un muro alto 4 metri di epoca bizantina. Rispetto agli altri siti, dove i fortilizi bizantini sono stati in buona parte smantellati, qui la fortificazione muraria è praticamente quasi intatta ed impressionante. Gli altri accessi al Foro diversi dalla Porta di Antonino Pio erano stati murati ma ho trovato singolare che non siano state erette torri o camminamenti lungo le mura. Ma la vera meraviglia del Foro sono i templi del Campidoglio. Tre maestosi templi, dedicati alla triade capitolina: Giove, Giunone e Minerva. A differenza di quanto visto in precedenza qui non abbiamo un tempio dedicato alle tre divinità, ma tre templi distinti, sebbene uniti l’un l’altro da archi sovrastanti passaggi pedonali.

Avrete certamente notato come sia a Dougga che qui che in altri siti si celebri un Imperatore poco noto ai più come Antonino Pio. Nel video qui sopra potrete scoprire chi sia e perchè sia meno noto del suo predecessore Adriano e del suo successore Marco Aurelio. Spoiler: non ha effettuato guerre di conquista.

Attraversato uno di questi passaggi ci ritroviamo su un cardus ai cui lati sorgevano varie tabernae. A quel punto eccoci nella zona detta Gruppo Episcopale. Sufetula era un centro importante non solo a livello commerciale, ma anche religioso e possedeva due cattedrali: una cattolica ed una donatista.

Un doppio chiarimento. All’epoca di cui parliamo la versione “cattolica” del cristianesimo era di là da venire e la corrente maggioritaria era definita “ortodossa” (anche se oggi intendiamo altro con questo termine, ragion per cui ho utilizzato il temine cattolico nel mio racconto). La dottrina donatista presupponeva che i sacramenti non avessero efficacia di per sé, ma che la loro validità dipendesse dalla dignità di chi li amministrava. Fu un movimento che sorse in Africa e che successivamente fu dichiarato eretico dal Concilio di Arles del 314.

Visitiamo per prima la Basilica di Bellator, riferimento della comunità cattolica. La chiesa subì molti rifacimenti per cui troviamo le tracce di tre absidi! L’abside originario ad un certo punto fu trasformato in un martyrium, ospitando quindi delle sepolture di testimoni della fede. Questo comportò la creazione di un nuovo abside diametralmente opposto all’originario. Successivamente la chiesa fu ridotta in estensione e fu costruito un terzo abside più piccolo del precedente.

A fianco alla prima basilica troviamo la chiesa donatista, la Basilica di Vitalis. Costruita su una precedente domus pagana ne sfrutta un mosaico pavimentale come decoro. Chicca di questo reperto è la fonte battesimale, di forma ovoidale e magnificamente decorata, dove si leggono ancora i nomi di Vitalis e della moglie Cardela.

Torniamo sul decumanus maximus per raggiungere le Grandi Terme. Originariamente si trattava di un grande edificio doppio, con una zona invernale ed una estiva. Molto grande la palestra a cielo aperto e dotata di un portico su tutti e quattro i lati. Poi seguono come sempre frigidarium e calidarium. Qui è stato messo in bella vista il meccanismo ad ipocausto che permetteva la circolazione di aria calda sotto il pavimento per riscaldare gli ambienti in modo uniforme. Terminiamo con il Teatro, del tutto restaurato e che poco mostra delle rovine originali.

Lasciamo Sbeitla per fermarci a Qayrawan (o Kairouan). Considerata capitale religiosa della Tunisia e quarta città sacra dell’Islam dopo La Mecca, Medina e Gerusalemme, fu fondata nel 670 d.C all’epoca della conquista araba del Nord Africa. Grazie alla sua favorevole posizione al crocevia delle rotte carovaniere che dalle terre berbere si spingevano verso la costa, divenne la prima capitale del Maghreb mussulmano, raggiungendo l’apice della gloria nel IX secolo, sotto la dinastia degli emiri Aghlabidi.

A questo periodo risale la costruzione della Grande Moschea, uno dei più importanti monumenti dell’architettura islamica, con il suo imponente minareto ispirato al Faro di Alessandria, eleganti colonnati laterali, una splendida sala di preghiera sostenuta da decine e decine di colonne e il minbar, il pulpito in legno, considerato il più antico di tutto l’Islam.

Nel cortile notiamo anche un podio con una meridiana che segna l’ora delle preghiere ed è muta testimonianza dell’ingegnosità degli arabi che fondarono questa moschea. Saadi ci riunisce ai piedi del minareto per farci notare delle lastre con delle dediche ad Antonino Pio montate al contrario. La moschea fu edificata saccheggiando precedenti edifici romani ma gli arabi, che non conoscevano la scrittura latina, sfruttavano le pietre non per i loro decori ma solo perchè ben si adattavano come materiale da costruzione.

In origine i mussulmani si espansero in terre cristiane e riadattarono le chiese in moschee sfruttandone i campanili per richiamare col canto del muezzin i fedeli alla preghiera. Quindi ad una chiesa con un campanile quadrato subentrava una moschea con un minareto quadrato. Furono gli Ottomani, per distinguersi culturalmente dai “rivali” cristiani, a decidere di innovare la forma dei minareti, costruendoli tondi. E decisero di moltiplicarne il numero a secondo dell’importanza della moschea. Ma il dominio ottomano in Maghreb fu più nominale che sostanziale ed i minareti restarono di forma quadrata.

Dopo un pranzo veloce a base di street food visitiamo la Moschea del Barbiere o Zaouia di Sidi Sahib. Più che una vera moschea è in realtà un mausoleo dove è sepolto appunto Sidi Sahib, un compagno del Profeta Maometto. Si dice che Sidi Sahib abbia conservato tre capelli della barba del Profeta come reliquia, da cui il soprannome di mausoleo del barbiere dato al mausoleo. Questo vasto edificio del XVII secolo è una zawiya, come già accennato in precedenza un luogo dedicato a un maestro spirituale che impartiva un’istruzione religiosa. È rinomato per i suoi deliziosi cortili e le gallerie decorate con pannelli di ceramica e stucchi scolpiti, una miscela di influenze andaluse e turche.

L’accesso al sancta sanctorum è permesso solo ai fedeli mussulmani ma il custode si propone per scattarci delle foto dell’interno in cambio di una donazione per il mantenimento dell’edificio.

Torniamo quindi nella medina per visitare un negozio che vende souvenir ma soprattutto tappeti (vi metto qui il link di Google Maps) – come per il negozio dei profumi, anche questo genere è una tappa fissa per le guide turistiche 😇

In serata siamo ad El Jem presso l’Hotel Julius, un filino pacchiano 🤪 ma confortevole. Unica pecca: la grande hall trasformata in una camera a gas dalle sigarette degli ospiti.

In Tunisia, come in molta parte del mondo arabo, esisterebbero dei divieti teorici al fumo nei locali chiusi ma difficilmente vengono rispettati. Le sale del Sufetula Hotel e dell’Hotel Julius per esempio ci si presentano come piccole camere a gas. Purtroppo non ci si può fare nulla e quindi fate come noi: transitate velocemente il più possibile in apnea 😅

2 Gennaio 2026

Usciamo a piedi dall’albergo e raggiungiamo l’Anfiteatro di El Jem. In epoca romana la città si chiamava Thysdrus ed era un comunità opulenta in quanto centro per la coltivazione e l’esportazione di olio di oliva e che vedeva la presenza di molte ville sontuose.

Secondo solo al Colosseo di Roma si pensa che potesse contenere fino a 35.000 persone. Ha una spettacolare facciata con tre livelli di portici ed al suo interno una notevole parte delle infrastrutture di supporto per i posti a sedere a più livelli è stata conservata. Qui sono state ambientate alcune scene di combattimento del film Il Gladiatore ⚔️

Durante la visita Saadi ci ribadisce che nei sotterranei non era permesso l’accesso al pubblico ma erano utilizzati solo dai gladiatori e dagli schiavi che dovevano azionare i montacarichi e le macchine di scena. Una curiosità: tra le fiere che si affrontavano nell’arena erano comprese anche le tigri. Ci dice Saadi che una volta vivevano in Nord Africa e che l’ultima tigre fu cacciata nel 1936 proprio sulle montagne della Tunisia!

Usciti dall’anfiteatro ci spostiamo sempre a piedi al Museo archeologico di El Jem (link qui). Fondato nel 1970 è stato poi ristrutturato nel 2002 ed ospita un quantitativo notevole di mosaici pavimentali reperiti nelle domus dell’antica Thysdrus. Si spazia da mosaici con forme geometriche ad altri con scene figurative che comprendono scene di caccia e scene di vita agreste.

All’esterno del museo visitiamo la sua estensione chiamata Villa Africa, una domus romana trovata a tre chilometri di distanza e ricostruita qui a scopo didattico. La villa comprende in particolare due splendidi mosaici con allegorie. Il primo è il Mosaico della Dea Africa ed era l’elemento centrale di una sala di ricevimento. Si tratta di una rara rappresentazione di questa dea, che viene identificata dal suo abbigliamento: una pelle di elefante. Il suo essere dispensatrice di ricchezza e fertilità viene confermato dai busti che rappresentano le quattro stagioni e che la circondano. Adiacente alla stanza precedente e forse a decoro di una camera da letto ecco il Mosaico di Roma e delle sue Provincie. Si tratta dell’allegoria di Roma, rappresentata come Minerva. Intorno a lei le allegorie delle provincie di Africa (che indossa la tradizionale pelle di elefante), Egitto (che regge il sistro, lo strumento musicale della dea Iside), Asia (con una acconciatura turrita), Spagna (col ramo d’ulivo che simboleggia la sua importanza nel commercio di questo prodotto), Sicilia (rappresentata come Diana) ed un’ultima provincia non identificata.

Torniamo sul bus e raggiungiamo la costa a Mahdia. Fondata nel 914 dal primo califfo Fatimide era sita su uno stretto promontorio e considerata inespugnabile. Fu capitale dei Fatimidi dal 921 fino al 973, quando questi trasferirono la loro capitale al Cairo. La medina è piccolina ma molto graziosa. Mahdia ha come tradizione la lavorazione della seta ed abbiamo l’occasione di visitare l’Atelier Skila (link qui), dove alcuni artigiani lavorano ai telai tradizionali per tessere i capi che poi sono in vendita al piano di sopra, nel negozio vero e proprio.

Lasciata Mahdia ci spostiamo lungo la costa fino a Monastir. Attraversiamo il cimitero mussulmano di Sidi El Mézeri per raggiungere il Mausoleo di Habib Bourguiba. Bourguiba fu il leader della lotta per l’indipendenza e poi fondatore della Tunisia moderna, di cui fu Presidente per ben trent’anni. Si fece costruire questo mausoleo dallo stile architettonico arabo-musulmano moderno nella sua città natale quando era ancora in vita. L’edificio, incorniciato da due minareti alti 25 metri, è sormontato da una cupola dorata che è a sua volta affiancata da due cupole verdi. Ospita non solo il corpo del presidente defunto e della sua prima moglie Mathilde, ma anche quelli dei suoi genitori e dei suoi fratelli, così come di altri membri della famiglia. Nel mausoleo si trova un piccolo museo dove sono conservati alcuni effetti personali del Presidente: il suo ufficio presidenziale di Cartagine, le sue penne, passaporti e carta d’identità, i suoi occhiali così come le sue foto e i suoi costumi (occidentali e tradizionali: jebba, chéchia, fez). Penso sia inutile sottolinearvi come Saadi ci abbia fatto presente che il costo sia stato sostenuto dallo Stato e che quei soldi sarebbero stati ben più utili per altre necessità del popolo tunisino 🤷🏻‍♂️

Ma veniamo al perchè la città si chiami Monastir e quindi alla nostra visita successiva. Saadi ci spiega che il nome è legato ad un monastero musulmano. Più nello specifico si tratta di un ribat, una fortificazione islamica originariamente costruita lungo i confini degli stati musulmani come base per i combattenti volontari (murabitun), servendo anche come monastero per la preghiera e la meditazione (e successivamente anche come rifugio per le carovane). E allora andiamo a visitare il Ribat di Monastir, che è considerato il più antico ed importante del Maghreb. Costruito nel 796 fu poi ampliato nel 966 e nel 1424 così da raggiungere i 4000 m2. Lo percorriamo in lungo ed in largo, salendo fin sulla cima della torre di guardia e sugli spalti godendoci il tramonto.

In serata raggiungiamo Sousse, dove alloggiamo al Soussana Hotel. Siamo nella zona nuova della città ma ci concediamo una passeggiata a piedi per andare a cena nella medina al Restaurant du Peuple (link qui)

3 Gennaio 2026

La mattina andiamo a visitare la medina di Sousse.

La città vecchia conserva buona parte delle sue mura ed è uno dei pochi esempi di architettura islamica adattata a fini militari realizzata nei primi secoli di vita dell’Islam.

Saadi ci porta a visitare i suoi souk coperti pieni di botteghe e cafè dove gustare un tè alla menta. Attraversiamo la medina dalla Porta Nord fino alla Grande Moschea che ne delimita l’estensione fin quasi sul mare.

Per pranzo ci fermiamo al Porto di El Kantaoui, una marina chiaramente frequentata da turisti con barche da diporto e yacht. Saadi ci spiega che Sousse ha più di dieci chilometri di spiagge e complessi alberghieri e che questa è la zona più turistica della Tunisia. El Kantaoui è il suo fiore all’occhiello.

Nel pomeriggio raggiungiamo Hammamet. Meta di numerosi turisti celebri, fra i quali personaggi di spicco della politica, come l’inglese Winston Churchill, e della letteratura, come il francese Gustave Flaubert. In Italia Hammamet è divenuta famosa per aver ospitato il leader socialista Bettino Craxi nel corso della sua latitanza, dal 12 maggio 1994 fino alla sua morte, avvenuta il 19 gennaio 2000. E dove parcheggiamo noi il bus? Ma tra il cimitero islamico e quello cristiano. E che fai?!? Non la vai a vedere la tomba di Craxi?!? Grande perplessità di Saadi che ci dice che in passato tutti i turisti volevano vederla e che c’era un mezzo pellegrinaggio dall’Italia. Ma ormai è un leader dimenticato e Saadi resta appunto perplesso a guardarci mentre esploriamo il piccolo cimitero cristiano.

Visitiamo la medina di Hammamet, molto molto ben curata. Una vera bomboniera ad uso e consumo del turismo. Incontriamo dei siciliani che si sono trasferiti qui per godersi la pensione e ci confermano di trovarsi benissimo. Notiamo che ci sono spesso dei pesci dipinti sulle bianchissime mura delle case e Saadi ci spiega che hanno la funzione di scacciare gli spiriti maligni.

Visitiamo la Kasbah, il Forte, che permette di dominare sia la spiaggia che gli stretti vicoli. Costruita nel XIII secolo, la Kasbah ha svolto un ruolo cruciale nella difesa della città da invasori e pirati. Costruito principalmente in pietra, il forte presenta mura spesse e torri robuste progettate per resistere agli attacchi. L’ingresso principale, decorato con motivi tradizionali, conduce a un ampio cortile interno. Dalle feritoie si può spiare la vita nelle strette stradine della medina e dagli spalti godersi il sole che riverbera sul mare.

Dormiamo nella zona nuova della città, ben distanti dalla medina, in un immenso hotel, l’El Mouradi Hammamet (link qui). La zona nuova è un susseguirsi di grandi alberghi e ristoranti ad uso e consumo (e tasche) dei turisti. Ceniamo vicino l’albergo al Ristorante La Vague da Kais. Mangiamo molto bene ma i prezzi sono molto più vicini ai nostri che a quelli tunisini.

4 Gennaio 2026

Lasciamo Hammamet per raggiungere Tunisi ed andare direttamente al Museo Nazionale del Bardo (link qui). Questo museo archeologico contiene la più ricca collezione di mosaici romani del mondo, tutti in perfetto stato di conservazione. È il più antico museo del mondo arabo e dell’Africa venendo inaugurato il 7 maggio 1888 (se ve lo chiedete, come me lo sono chiesto io, il Museo Egizio del Cairo fu inaugurato nel 1902). Il suo nome originario era Museo Alawi in onore del sovrano alawita dell’epoca, Ali Muddat ibn al-Husayn e prese il nome attuale nel 1956, dopo l’indipendenza della Tunisia, dalla località in cui si trova, la cittadina di Bardo. Alla sezione storica è stata poi aggiunta un’ala moderna per poter espandere il museo.

Saadi ci premette che qui ci sono solo mosaici pagani, non quelli bizantini con temi religiosi: per quelli bisogna andare a Ravenna ci dice 😅 Appena entriamo nel vasto atrio troviamo posato in verticale il mosaico pavimentale del Trionfo di Nettuno. Saadi lo sfrutta per spiegarci come durante il restauro le parti mancanti non vengano rifatte ma vengano riempite di cemento bianco. Sempre nell’atrio trova alloggio il memoriale dedicato alle vittime dell’attentato del 18 Marzo 2015.

Girando per le sale Saadi si concentra su una Fonte Battesimale del Battistero di Djerba risalente al VI secolo e la splendida Fonte Battesimale del prete Felice di Demna tutta decorata a mosaico.

Fenomenali gli appartamenti privati del bey di Tunisi. Le pareti sono decorate con stucco scolpito e le maioliche andaluse risalgono al XIX secolo. Qui è esposto il Mosaico di Virgilio e le Muse, trovato a Sousse. Pensate che questa è considerata l’unica rappresentazione sopravvissuta del poeta romano, che qui appare con le Muse Melpomene (tragedia) e Clio (poesia epica), mentre scrive l’Eneide.

Ci spostiamo poi in un enorme salone pieno di statue rinvenute a Cartagine ed al cui centro avrebbe dovuto essere esposto un Mosaico di Bacco rinvenuto nel sito di Uthina, dove Saadi ha scavato per quattro anni. Ma il mosaico è in restauro e ci accontentiamo del telo che lo riproduce 🤷🏻‍♂️ Ci spostiamo poi nella Sala delle Feste, magnifica col suo soffitto dipinto ed un lampadario di Murano. I mosaici esposti sulle pareti provengono da tutte le parti della Tunisia.

Dopo aver ammirato il Mosaico di Nettuno con le Quattro Stagioni ci fermiamo davanti il Mosaico di Bacco e i marinai di Acete. Nella scena centrale ci sono i pirati del Mar Tirreno che attaccano la nave che trasporta Bacco e per questo vengono trasformati dal dio in delfini. Ma Saadi ci fa notare un particolare sulla destra, dove compaiono delle sirene. E queste hanno sembianze antropomorfe ma ali sulla schiena e zampe d’uccello. Saadi ci spiega che per i romani le sirene erano metà uomini e metà uccelli e che fu la mitologia nordica a cambiarle in metà uomini e metà pesci!

Proseguendo con la visita Saadi ci fa apprezzare la differenza tra l’opus vermiculatum e l’opus tessellatum. La differenza principale tra le due tecniche consiste nella dimensione delle tessere del mosaico. Il vermiculatum raggiunge risultati più pittorici e realistici grazie alle tessere minuscole e irregolari, mentre il tessellatum impiegando cubetti più grandi e uniformi permette una posa più veloce e costi più contenuti.

Non ci facciamo mancare la sala del tesoro con una teca contenete 1648 monete d’oro di epoca tardo-romana. Questo tesoro fu scoperto durante i lavori per la costruzione del museo archeologico di Chemtou e fu probabilmente seppellito dal suo proprietario di fronte ad un pericolo imminente. Le didascalie suggeriscono che probabilmente costui non sopravvisse al pericolo…

Ci spostiamo poi in una sala dai mosaici enormi tra cui uno importantissimo perché riporta tutte le specie ittiche del mare, permettendoci un raffronto con le specie odierne. C’è poi una sezione di arte greca, con reperti recuperati da una nave affondata a Mahdia nell’81 a.C. Forse frutto del saccheggio di Atene da parte di Silla o di una compravendita commerciale. Notevoli i crateri destinati alla miscelazione di acqua e vino.

I Romani bevevano vino regolarmente, ma quasi sempre diluito con acqua (a volte calda, a volte fredda) perché il loro era un vino più forte e alcolico di quello odierno. Durante i banchetti un magister bibendi stabiliva le proporzioni, spesso tre parti di acqua e una di vino.

Dulcis in fundo la sala fenicia, con reperti punici. C’è un tempietto betilico (con betili si intendono pietre a cui si attribuisce una funzione sacra in quanto dimora di una divinità) forse dedicato a Tanit, varie maschere e vasi di ceramica.

Lasciato il Museo del Bardo ci spostiamo nel sito archeologico di Uthina. Come ci aveva già accennato, per Saadi questo è un ritorno a casa. Qui infatti lui ha scavato per quattro anni: dal 1994 al 1998. Il sito non era nel programma ma abbiamo trovato il modo di inserirlo proprio per questo.

Uthina era una città romana edificata su un preesistente centro berbero. Visitiamo subito l’Anfiteatro che, con la sua capienza di 15.000 posti, è per grandezza il terzo della Tunisia, dopo quelli di El Jem e Cartagine. Ha una forma ellittica e, secondo l’uso greco, è stato parzialmente scavato nella collina, così da risparmiare sui materiali e migliorare la stabilità della struttura. Grazie ai lavori di restauro diverse sale ipogee sono state rese accessibili al di sotto dell’arena. Per quanto riguarda le gradinate solo una metà è stata restaurata, mentre l’altra metà è stata appositamente lasciata coperta dai detriti.

Passiamo poi alla Domus dei Laberii. Questa era una ricca famiglia proprietaria di terre e schiavi che possedeva una domus che si estendeva su circa 2300 m2 ed era ornata da mosaici pavimentali di grande effetto. Gli originali sono al Museo Nazionale del Bardo ma per fortuna qui sono presenti delle copie che rendono l’idea della magnificenza delle sale. Saadi ci fa presente che in epoca paleocristiana questa zona era stata trasformata in un cimitero e questo probabilmente ha facilitato la conservazione dei mosaici, ormai sepolti dai detriti. Accanto alla domus sorgono le Terme dei Laberii, terme private della domus. Le terme sono ben conservate ed è proprio qui che ha lavorato Saadi. Al loro interno ammiriamo il Mosaico degli Amorini Pescatori, un mosaico murale semicircolare lasciato in situ e raffigurante degli Amorini, dei genietti allegri della religione romana, che gettano canne da pesca e reti in un ruscello carico di pesci.

Ci spostiamo dalla zona della domus e delle thermae per raggiungere il Campidoglio. Situato sulla collina, è considerato uno dei più grandi templi dell’Africa. Le colonne capitoline sono state parzialmente ricostruite mettendo in evidenza la parte antica rispetto a quella moderna, restituendo un’idea delle dimensioni dell’edificio. In epoca coloniale in questa zona sorgeva la fattoria francese: l’edificio era stato costruito letteralmente sul Campidoglio, alle spalle delle colonne! Saadi ci racconta anche come durante la II Guerra Mondiale i Francesi avessero collocato qui un deposito di munizioni e che i tedeschi bombardando con gli stuka la posizione abbiano colpito le Grandi Terme!

Il Campidoglio era costruito su tre livelli: in alto la zona sacra con il tempio, al livello intermedio una sala grande utile per radunare assemblee ed al di sotto il livello delle fondamenta. Nella sala grande si trova un Antiquarium, un piccolo museo che, grazie ai buoni uffici di Saadi, viene aperto appositamente per noi. Dentro troviamo un plastico che ricostruisce il Campidoglio e varie fotografie dei primi scavi nel sito. In una di queste si vede anche la famosa fattoria francese, costruita in vetta al Campidoglio stesso e demolita nel 2008, quando Uthina divenne sito archeologico.

Torniamo a Tunisi e riprendiamo le stanze al Tiba Hotel. Con un gruppetto ci dirigiamo alla medina per un ultimo giro ma la troviamo praticamente vuota e con i negozi quasi tutti chiusi. È domenica e, mentre nei paesi arabi normalmente è il venerdì il giorno di festa, in Tunisia le scuole francesi hanno influenzato le élite del paese e di conseguenza si festeggia la domenica. Poco male. Mi faccio comunque un giro e questa volta trovo la Moschea al-Zaytuna aperta. Sebbene l’accesso sia vietato ai non mussulmani, il portico esterno è accessibile e posso dare un’occhiata all’interno ed ammirare alcune delle colonne provenienti da Cartagine. Ceniamo tutti insieme al Restaurant Sfax, un’osteria più fornita dell’adiacente Restaurant Neptune, dove cenammo la prima sera. Ma forse solo perchè anziché prenotare per le 20 questa volta, fattici furbi, abbiamo prenotato per le 19 🤪

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