27 aprile 2024

Ci alziamo di notte perché all’alba abbiamo il treno per Ankara. Alla stazione i controlli sono di tipo aeroportuale, quindi tocca mettere in conto anche la fila. Dopo quattro ore e mezza arriviamo a destinazione ed un transfer ci porta al Museo delle Civiltà Anatoliche.



Siamo tre gruppi di Avventure nel Mondo e veniamo accolti da una signora, una guida che parla bene l’Italiano. Ci spiega che noi siamo tre gruppi e che lei è una sola, per cui ci racconterà qualcosa per farci orientare, dopodiché gireremo per conto nostro tra museo e cittadella. Bene, ma non benissimo.
La guida ci spiega che Ankara è stata trasformata da piccolo villaggio a capitale della Turchia per volere politico. In conseguenza di ciò la città moderna è stata costruita con regole geometriche, è abitata praticamente solo da funzionari governativi ed è linda ed ordinata e non caotica come Istanbul. Dimenticabile aggiungerei io, vista la descrizione. Detto ciò veniamo abbandonati a noi stessi.




Ora… il museo contiene vari reperti dall’era Paleolitica ai periodi Assiro ed Ittita, dal periodo Greco a quello Romano, dal Selgiuchide all’Ottomano. Ma ovviamente senza nessuno che faccia focalizzare l’attenzione su un reperto più importante o che costruisca una narrazione coerente, visitarlo è abbastanza inutile. Soprattutto per degli italiani abituati a vedere a casa propria musei ben più ricchi e spettacolari.




Lasciato il museo risaliamo il colle alle sue spalle per entrare nella Cittadella. Ben restaurata, la vecchia città fortificata è stata trasformata in una trappola per turisti – un po’ sulla stile di Mont Saint Michel in Normandia. Dalla sua cima si può ammirare Ankara, che si conferma essere una città dimenticabile.




Col nostro bus iniziamo a spostarci verso la Cappadocia fermandoci lungo la strada al lago salato di Tuz Golu. Enorme, 1500 km2, il suo colore rosato non rende come dovrebbe perché il meteo non collabora. Raggiungiamo la sua superficie per scattare delle foto in lotta con le nubi e la pioggia, che inizia a cadere proprio mentre stiamo tornando al nostro bus.






Spostandoci lasciamo le nubi indieto ed al Castello di Uchisar il cielo è di nuovo sereno. Grazie alla altissima presenza di tufo in tutta la Cappadocia era facile modellare e scavare numerose strutture ipogee. La più imponente è proprio questa. Di fatto un enorme tumulo di roccia scavato e fortificato che serviva da principale bastione di difesa della regione. Si pensa che in epoca bizantina all’interno del castello vivessero soldati ed agricoltori. Un migliaio di persone che avevano convertito le grotte in abitazioni, passaggi e stanze per la conservazione del raccolto.



Dalla sua cima si può ammirare il brullo panorama circostante. E la mattina all’alba si possono ammirare le mongolfiere che sorvolano la zona dei camini delle fate. Alcuni del gruppo salgono fino in cima, altri nutrono il profilo Instagram con le giuste foto con il Castello come sfondo (ed io non mi tiro indietro 🤪) ma tutti ci ritroviamo per l’aperitivo sulla terrazza del Duven Hotel (link qui) con vista sul castello. Approfittiamo dell’occasione per provare i rinomati vini locali, un rosso ed un bianco della cantina Turasan.




Lasciato il castello ci spostiamo ad Ürgüp, dove dovremmo alloggiare al Ciner Hotel (link qui). Dovremmo perché… le nostre stanze sono state date via. Ora… sul perché questo sia avvenuto le voci si sovrappongono. Prima sembra che ci sia stato un disguido e siano state date ad un altro gruppo capitato lì per caso… poi che erano state date a dei calciatori in viaggio premio a cui la direzione non poteva dire di no… fatto sta che Arianna, la nostra capogruppo, si mette al telefono con Adil, il referente dell’agenzia per la Turchia. E bene ho fatto a scegliere la formula che delega all’agenzia la sistemazione in albergo, sennò ci saremmo dovuti trovare da soli una sistemazione di fortuna per due notti. Dopo l’energica lavata di testa della nostra capogruppo Adil in una mezz’oretta richiama e ci indirizza al nostro nuovo hotel. Arianna è tutta euforica: alloggiamo al Hotel Yunak Evleri (link qui).
Praticamente passeremo due giorni nel luxury hotel dove il giorno prima soggiornava Ilary Blasy, in Cappadocia con figli e nuovo compagno per festeggiare il compleanno. Io, beatamente ignorante della vita della Balsy, mi metto su Instagram a vederne le stories e mi aggiorno 🤪
Il posto è splendido. L’hotel è un cave hotel. Anticamente utilizzati come abitazioni di contadini, monaci o magazzini, questi hotel sono strutture rupestri scavate nella roccia che oggi ospitano alberghi, ristoranti e negozi, offrendo atmosfere uniche. Certo… la Blasi ha dormito nelle stanze di loro ricchi mentre noi in quelle della servitù 🤪 però siamo ad un livello imparagonabile al Ciner!
La cena è in albergo e ci viene servito un ottimo buffet nonostante l’ora tarda: chapeau
28 aprile 2024

Ore 5,00 appuntamento col transfer per il volo in mongolfiera. Il cielo è limpido quindi si volerà! In mezz’ora il transfer di Kapadokya Ballons (link qui) ci porta da Ürgüp ad una zona di campagna alle spalle di Göreme. Sta albeggiando, le prime mongolfiere sono già in aria, molte stanno gonfiando i palloni e noi non stiamo più nella pelle!





Finalmente arriviamo alla nostra. L’entusiasmo è alle stelle. La luce del giorno aumenta. Siamo circondati da palloni che si gonfiano e che prendono il volo. Sono foto di gruppo e selfie col sorriso da un orecchio all’altro che si susseguono impetuose! Ci chiamano! Si sale bordo!



Il cesto è diviso in quattro sezioni. Con una scaletta scavalchiamo il parapetto. Siamo cinque o sei a sezione. Prima di decollare ci spiegano che quando ci daranno il segnale per l’atterraggio dovremmo assumere una posizione di sicurezza. Accovacciati a coppia, afferrando le maniglie sul bordo del parapetto e con la testa curva tra le spalle.




Il volo è qualcosa di stupendo. Quello che colpisce è il silenzio. Siamo abituati a volare nel rumore. Un aereo, un elicottero hanno sempre il motore in funzione. Qui, quando non danno gas, regna il silenzio più assoluto. Ci portano a 600 metri di altezza. Ammiriamo dall’alto il Castello di Uchisar ed i camini delle fate. La luce aumenta, il sole sale in cielo rendendo sempre diverso il panorama.



Tocca scendere. Siamo così distratti che in realtà nessuno di noi si accorge che il tempo è repentinamente cambiato. La mongolfiera si abbassa, scende nella forra prima della nostra zona di atterraggio, un po’ di gas, si rialza e l’equipaggio ci ordina di assumere la posizione di atterraggio. Metto la reflex nello zaino, io ed Arianna ci incastriamo uno davanti all’altro con le mani ben salde sulle maniglie. Ho un 100 grammi ed un guscio imbottito. I due cappucci mi si mettono dietro il collo e alla fine, nonostante la posizione strana, sto comodo.
BAM! Il pilota mette a terra la mongolfiera ma si è alzato il vento BAM!! secondo colpo. L’aiuto pilota continua a tirare una corda che presumo serva ad aprire il pallone ma corriamo ancora STRABAM!!! il pilota mette a terra la cesta facendola rovesciare sul lato dove sono appoggiato. Prendo una tranvata alla schiena micidiale! Ma saldo con la presa sulle maniglie e grazie all’imbottitura sulle spalle sono incolume. La crew a terra, che ci ha rincorso, inizia a sfilarci uno a uno dalle sezioni del cesto.



Nel cesto a fianco al mio due ragazze avevano perso la presa sulle maniglie al primo colpo sul suolo. Una si è slogata una caviglia ed un’altra ha colpito con la schiena. Molti lividi qua e là nel resto del gruppo. Mentre ci estraggono inizia a piovigginare, le nuvole nere sono ormai sopra di noi. Il pilota ci ripete più e più volte che si era alzato il vento e per questo l’atterraggio è stato così brusco. Mi giro e vedo che due terzi del pallone ora sgonfio sono nel pendio della forra successiva. Se non avesse messo a terra la cesta al terzo tentativo saremmo ruzzolati di sotto. Ci offrono un brindisi finale che gradiamo veramente tanto.

Torniamo in albergo per riprenderci dal brusco atterraggio e recuperare quelli del gruppo che non volevano volare e che sono andati a fare un trekking nella Red Rose Valley. Investiti in pieno dal maltempo improvviso, sono zuppi ed affaticati.
Per chi fosse interessato al gossip vediamo su Instagram che la Blasi ha volato una mezz’oretta prima di noi e che quindi non ha avuto problemi all’atterraggio.




Ricomposto il gruppo e raggiunti con la guida di oggi, una signora di nome Canan Özden, riprendiamo la nostra esplorazione della Cappadocia via terra – e col bel tempo perché il meteo è cambiato di nuovo. Iniziamo dalla Devrent Valley o Valle dell’Immaginazione, così chiamata perché osservando le rocce con un pò di fantasia si possono distinguere animali ed altre forme bizzarre. Tant’evvero che la nostra guida ce la presenta come Valle dei Cavalli. È un paesaggio lunare dove far correre la fantasia durante un breve trek che ci porta dal punto panoramico al parcheggio dove ci aspetta il nostro pulmino.
Canan ci ricorda Tabak di Istanbul. Un po’ in là con gli anni e facile all’affaticamento. Ci spiega quello che ci deve spiegare e ci aspetta al pulmino già provata 😬





Passiamo poi allo Zelve Open Air Museum (link qui). Dal IX al XIII secolo il villaggio di Zelve fu un ritiro monastico e le sue case e chiese furono scavate nelle pendici delle tre valli che qui si incrociano. Questi luoghi furono abitati fino al 1952, anno in cui vennero giudicati troppo pericolosi per l’insediamento umano e gli abitanti dei villaggi dovettero trasferirsi a qualche chilometro di distanza nella località di Aktepe, nota anche come Yeni Zelve (nuova Zelve). Tra i resti del villaggio, si possono vedere una piccola e disadorna moschea ed alcune chiese scavate appunto nella roccia e l’antico değirmen (mulino), con macina e trave in legno.




Tappa successiva la Valle di Pasabag. Conosciuta anche come Valle dei Monaci è una meraviglia geologica, caratterizzata da imponenti camini delle fate, alcuni dei quali raggiungono anche i 40 metri di altezza. Queste alte rocce a forma di cono sono formate da morbido tufo vulcanico e sono state erose dal vento e dall’acqua in una varietà di forme e formazioni bizzarre. La valle un tempo ospitava un eremo di monaci cristiani che cercarono rifugio qui durante i primi anni del cristianesimo. Avevano scavato la roccia dal basso verso l’alto fino a creare stanze ad un’altezza di 10-15 metri, dalle quali uscivano solo occasionalmente per prendere il cibo e le bevande offerti dai discepoli.
L’origine del termine Camini delle Fate per questi enormi coni sormontati da grandi massi risale ai primi abitanti della Cappadocia. Costoro infatti pensavano effettivamente che questi fossero i camini di creature fantastiche che abitavano nelle profondità della Terra!
Nel XIII secolo la Cappadocia passò sotto il controllo dei turchi selgiuchidi e molte delle chiese rupestri della zona furono trasformate in moschee. Più tardi, nel XVI secolo, la Cappadocia cadde sotto il dominio ottomano e le chiese e i monasteri scavati nella roccia della regione caddero definitivamente in rovina.


Tanto per ridere nelle foto su potete vedere a sinistra il sottoscritto vestito alla bisogna per fare un trek ed arrampicarsi in una valle rocciosa, col sole a picco. A destra invece la signorina turca che si è portata a mano le scarpe col tacco per una foto indimenticabile da pubblicare sul suo social preferito 🤷🏻♂️🤪 – poi si lamentano se cadono e si fanno male…
La nostra guida ci porta a pranzo all’Han Restaurant (link qui) che a dispetto di essere un enorme capannone che sforna buffet a ritmo continuo per una fiumana di turisti si rivela comunque un posto discreto e rapido per pranzare.



Usciamo dal ristorante che il tempo volge di nuovo al brutto e raggiungiamo il belvedere sulla Valle dell’Amore che inizia a piovigginare.




Ok. Facciamo rapidamente le foto di rito e ci rispostiamo. Nuovo miglioramento del meteo per il Göreme Open Air Museum. Patrimonio Unesco dell’Umanità dal 1985 al suo interno sono presenti i più incredibili siti rupestri di tutta la Cappadocia. Nell’800 d.C., alcuni monaci iniziarono a fondare dei monasteri all’interno delle strutture già scavate nella roccia, dedicandosi alla preghiera e alla contemplazione. Nel tempo la zona aveva acquisito anche un grande valore dal punto di vista religioso, essendo uno dei luoghi di sepoltura di alcuni santi. Dal X al XI secolo, la valle di Göreme raggiunse il suo apice grazie alla comunità cristiana. Intorno al 1100 d.C. iniziò il suo abbandono e declino in seguito all’arrivo dell’occupazione turca all’interno della regione.
All’interno della valle sono conservati 11 refettori e oltre 15 chiese rupestri. Canan ci invita a visitare assolutamente le chiese di San Basilio, di Santa Barbara e quella della Mela.




Ma il non plus ultra è quando, girando da soli, vediamo il cartello per la Dark Church, la Chiesa Oscura, e ci inerpichiamo per visitarla. Risalente al XII secolo, ha una pianta a croce e i bracci possiedono una volta diagonale. Il suo nome è dovuto alla scarsa luminosità presente al suo interno, il che ha permesso la conservazione di una serie di affreschi spettacolari. Come ci aveva raccontato Canan (prima di andarci ad aspettare al bar 😬) qui possiamo vedere una delle rare rappresentazioni dell’ultima cena in cui Gesù siede a capotavola anziché in mezzo ai discepoli.
Tappa finale della giornata lo spettacolo dei Dervisci Rotanti presso lo Yakut Hotel (link qui) ad Ortahisar. Lo spettacolo si tiene in un locale sotterraneo. Dura circa un’ora, le luci sono soffuse ed è proibito fotografare e filmare la cerimonia (salvo gli ultimi dieci minuti in cui poi le luci vengono accese). I dervisci sono monaci mendicanti e fanno parte di una delle confraternite islamiche sufi che hanno scelto di raggiungere un processo salvifico attraverso il distaccamento dalle passioni mondane e dalle ricchezze materiali del mondo. Simili ai nostri frati mendicanti quindi, vivono come asceti la loro vita e sono considerati al pari dei saggi.
In Turchia, in particolare, è l’Ordine dei Mevlevi a praticare la famosa danza turbinante, che oltre a essere un piacere per gli occhi, ha l’intento di permettere di raggiungere quasi l’estasi mistica. La danza roteante, in pubblico, viene eseguita solo in parte ma mostra comunque il vero universo di questa filosofia. Mentre il Derviscio si muove compie un particolare esercizio interiore e riesce a mantenere un equilibrio a livello emozionale e intellettivo, che solo con anni di esperienza può ottenere. Questa fase è detta “Comunione con Allah” e arriva dopo un apprendistato lungo seguito con l’aiuto di maestri e tecniche raffinate. Ecco perché un vero Derviscio, dovunque si esibisca, non è mai un danzatore per turisti ma un comunicatore di segreti profondi attraverso il movimento.




Il cappello è conico e di colore chiaro, mentre il mantello è lungo e nero. Il copricapo in particolare simboleggia la tomba dell’ego, mentre l’ampia gonna bianca indica il sudario dell’ego. L’accompagnamento musicale rappresenta il respiro di Dio, specie durante il suono del ney, il flauto di canna. Per i dervisci è importantissimo il sema, o cerimonia del roteare, composta da sette parti, con differenti significati. L’amore, la condivisione del sentimento divino tra gli esseri umani, riguarda il tema centrale, mentre le prime tre parti sono preghiere, auguri e improvvisazioni musicali. Poi si passa alle quattro formule di saluto: la verità attraverso la conoscenza, lo splendore della creazione, la sottomissione totale a Dio e l’accettazione del destino.
Ok. Detto questo sarà che ero stanco, sarà la luce soffusa, sarà che non parlo l’arabo, sarà l’effetto ipnotico della danza… ma è stata dura rimanere vigile 🤪
La cena è sempre a buffet in albergo e dopo cena parte un gin tonic sulla terrazza del ristorante. Almeno finché la pioggia non ci mette in fuga 🤷🏻♂️
29 aprile 2024

Cambiamo guida. Da oggi fine a fine viaggio sarà con noi Bahar, la guida parlante inglese che aveva affiancato e di fatto sostituito Tabak ad Istanbul.




Da programma oggi avremmo dovuto alzarci presto per fare il trekking nella Red & Rose Valley (la Red e la Rose Valley sono due vallate che corrono quasi parallele, non si capisce bene dove inizi una e finisca l’altra, e che si possono girare seguendo diversi percorsi e facendo deviazioni per visitare molte chiese scavate nella roccia). È il trek che avevano fatto i pochi che non erano venuti in mongolfiera. Ma troppe emozioni ieri – e troppi lividi. Il gruppo preferisce riposare anziché alzarsi all’alba e veniamo qui solo per ammirare il belvedere. Che comunque merita anche se i colori sono un po’ spenti perché è nuvolo ed ogni tanto pioviggina.

Lasciamo la valle e raggiungiamo la città sotterranea di Derinkuyu. Tra il 780 e il 1180 d.C eserciti bizantini ed arabi si contesero queste terre. Per sfuggire alle razzie dei soldati gli abitanti dei villaggi nel tempo avevano scavato queste città sotterranee dove trovare rifugio. I soldati arrivavano, trovavano i villaggi deserti: nessun abitante, nessuna derrata alimentare… sostavano il minimo indispensabile e se ne andavano.





Dotata di grandi porte di pietra fatte di massi rotondi, per impedire l’accesso agli invasori, e di un ingegnoso sistema di ventilazione, nonché di un pozzo per assicurare acqua potabile a tutti i cittadini, Derinkuyu comprendeva una moltitudine di locali adibiti a cucine, camere da letto e magazzini per lo stoccaggio degli alimenti. Per garantire la completa autonomia della popolazione, oltre a una scuola, una chiesa e una cantina per la preparazione del vino e dell’olio, trovava spazio anche un adeguato numero di armenti nelle stalle ai livelli superiori.




Per pranzo ci spostiamo nella Valle di Ilhara, dove sorge il villaggio di Belisirma. Il villaggio ha conservato molti edifici storici, tra cui case e cucine tradizionali in pietra. Decidiamo di fermarci a pranzo ad uno dei ristoranti lungo il fume, il Tandirci Restoran. Pranziamo su delle chiatte ancorate nel mezzo della corrente e raggiungibili tramite delle passerelle di legno.




Dopo pranzo raggiungiamo lo spettacolare Monastero di Selime. Questo è il monastero più grande e notevole della zona. Si ritiene che ci siano voluti circa 200 anni per ultimarlo e che potesse ospitare fino a 5000 persone contemporaneamente. Nell’XI secolo fu poi trasformato in un caravanserraglio e definitivamente abbandonato dopo il XVI secolo.




Il Monastero di Selime presenta una grande cucina con un camino, un pozzo d’acqua, una scuola missionaria, ampi spazi di stoccaggio, una chiesa, una cappella e alloggi. La cattedrale è l’edificio più significativo del monastero, contenente due file di colonne che dividono la chiesa in tre sezioni. Sebbene molte delle pitture siano state distrutte dal vandalismo, ci sono ancora alcune tracce di questi notevoli lavori d’arte da vedere.




Ma uno spettacolare caravanserraglio è quello che andremo a visitare dopo aver lasciato il monastero, Il Caravanserraglio di Sultanhani a Konya. Gioiello dell’arte islamica del periodo selgiuchide fu fatto costruire nel 1229 dal sultano Alâadin Key Kubat I. I caravanserragli erano “alberghi” per le carovane che percorrevano la Via della Seta. Erano distanti l’un l’altro 35-40 km, che era la distanza che un cammello carico poteva percorrere in un giorno. Dato che ci sarebbero voluti mesi o anche anni ad andare via terra dalla Cina a Costantinopoli spesso le carovane facevano la spola tra un caravanserraglio e l’altro ed in questi luoghi avvenivano le compravendite. Erano così solo le merci ed alcuni mercanti a viaggiare più che i cammelli con i relativi cammellieri. I mercanti potevano pernottare gratuitamente nel caravanserraglio, mentre dovevano pagare una tassa sulle compravendite.
Dopo l’ingresso monumentale si apre un vasto cortile porticato. Sotto i portici laterali si aprono le stanze dedicate una volta ai mercanti e alle loro merci (si dormiva sul proprio tappeto sempre a guardia del proprio prezioso carico). Al centro del cortile sorge una moschea rialzata, accessibile tramite una scala. Rialzata perché nell’islam il luogo di culto deve essere pulito. Ma il cortile avrebbe contenuto le deiezioni dei cammelli e sarebbe stato gravoso pulirlo cinque volte ogni giorno. Costruendo il luogo di culto rialzato invece questo restava sempre pulito.
Alle spalle della moschea si apre l’immensa stalla capace di accogliere fino a 160 cammelli. Un luogo immenso che ricorda una cattedrale, con ampi soffitti che garantivano il fresco e l’aerazione degli spazi. Bahar ci spiega che un tempo erano presenti delle piattaforme di pietra alte quanto il dorso dei cammelli per scaricare le some con maggior agio.
Finalmente raggiungiamo al centro di Konya il nostro albergo per stasera, dove ceneremo: l’Hotel Ney (link qui).
Dopo cena seguiamo Bahar nella piazza centrale di Konya, che è letteralmente a due passi dal nostro albergo. La piazza ospita due edifici religiosi. Una moschea ed un mausoleo.




Dato che siamo nell’orario dell’ultima preghiera del giorno Bahar ci prega di aspettarlo all’ingresso della moschea e va a chiedere il permesso per farci entrare. Ottenutolo entriamo nella Moschea Selimiye (in turco Selimiye Camisi). È una moschea a doppio minareto commissionata nel 1558 dal sultano Selim II.
Tornati all’esterno Bahar ci invita ad ammirare il Mausoleo di Mevlana (in turco Mevlânâ Müzesi). Questo è il luogo in cui sono conservate le spoglie di Gialal al-Din Rumi, un sufi mistico persiano noto anche come Mevlâna o Rumi. Rumi fu capo dei dervisci dell’ordine Mevlevi, più noti come dervisci rotanti. È in questo posto, che è sia un mausoleo che una madrasa, quindi una scuola, dove vengono formati i dervisci. La tomba di Rumi è sotto la cupola conica a punta, coperta con ceramica turchese, chiaramente ispirata all’architettura delle cupole delle chiese dell’Armenia. Mentre sotto la cupola classica si trova la sala da ballo dei dervisci. Le piccole cupole sul fronte indicano le varie stanze degli studenti, stanze dotate di cucina e quindi dei camini che affiancano le piccole cupole.
Bahar ci lascia ma noi restiamo in giro – siamo nella zona commerciale della città, un posto molto tranquillo. E così ci imbattiamo nella Moschea Aziziye. Noi più la guardiamo, più ci sembra una chiesa convertita in moschea, con tanto di minareti che ci sembrano dei candelabri. Ed invece scopro successivamente che è una moschea del XIX secolo, costruita sul sito di una moschea del XVII secolo distrutta da un incendio, ed è un esempio di architettura della tarda era ottomana, pesantemente influenzata dallo stile barocco europeo.
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