25 aprile 2024
Partiamo all’alba dall’Italia e ci ritroviamo all’aeroporto internazionale di Istanbul. Da lì abbiamo un transfer che ci porta nel cuore della città vecchia al nostro albergo: il Grand Emin Hotel (link qui). Ci sistemiamo nelle stanze e siamo pronti a sfruttare il pomeriggio per aggiungere una mezza giornata di visita alla nostra permanenza ad Istanbul. In albergo ci raggiunge quella che dovrebbe essere la nostra guida parlante italiano per questo giorno e mezzo: il signor Adnan Levent Tabak, da qui in poi: Tabak. Che però ha due problemi. Il suo ginocchio, che gli rende difficile camminare. Ed il suo italiano che tutto è, meno che fluido e comprensibile. Fortunatamente si è fatto accompagnare da un’altra guida parlante inglese, Bahar Kahraman, che – spoiler – alla fine rimarrà come nostra guida anche in Cappadocia!

Comunque sia andiamo con Tabak e Bahar a prendere il tram per raggiungere il Ponte di Galata. Il Galata Köprüsü è un ponte basculante lungo 490 metri, situato sul Corno d’oro, che collega il centro storico di Istanbul alla parte più moderna della città. Nel livello più basso del ponte di Galata, al di sotto del piano carrabile, si trovano diversi ristoranti e caffetterie dove gustare piatti a base di pesce e piatti tipici turchi. Mentre dal ponte i pescatori gettano le loro lenze…



Nonostante noi non avessimo chissà quanta voglia di sederci e mangiare (tra una cosa e l’altra si sono fatte le 15,30 ormai e preferiremmo visitare la città) Tabak insiste per farci provare l’hamsi ekmek, un classico dello street food locale: un panino con alici fritte. Se comprendo bene quello che dice – come vi dicevo il suo italiano è precario – la pesca di queste alici avrebbe come fulcro il villaggio natale del Presidente, ragion per cui per Tabak è imperativo farcele assaggiare! 🤷🏻♂️




Terminato il pranzo veloce riprendiamo il tram per raggiungere il quartiere di Fener, lo storico quartiere greco, dove dovremmo visitare la Cattedrale di San Giorgio, sede del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli (link qui). Sarebbe stato bello visitare la chiesa ma sia Tabak che Bahar normalmente portano qui i turisti la mattina e scoprono con noi che alle 16,30 la cattedrale chiude! 🤷🏻♂️




Ci dedichiamo allora a visitare il quartiere di Balat, alle spalle della cattedrale. Balat, lo storico quartiere ebraico, è fuso con Fener ed è arduo distinguerli. Il quartiere, dopo essere stato abbandonato dalle famiglie ebree che erano vissute qui per generazioni, era caduto in uno stato di degrado. Recentemente però, grazie ad un progetto di riqualificazione patrocinato dall’UNESCO, alterna edifici restaurati ad altri ancora diroccati. Ne risulta quindi un alternarsi, lungo le sue stradine lastricate, di case a tinte vivaci e tuguri, di caffè alla moda molto instagrammabili, gallerie d’arte e negozi di alimentari in stile tradizionale.




A Fener e Balat di fatto è facile perdersi nei vicoletti e difficilmente le persone sembrano comprendere l’inglese. La costante presenza di Bahar però ci evita di perdere pezzi del gruppo.




Riempiti i social delle giuste foto acchiappaclic torniamo al tram ed al Ponte di Galata per imbarcarci per la Crociera sul Bosforo. La crociera dura un’ora e mezza e percorre entrambe le rive.






Ammiriamo dal traghetto la splendida facciata del Palazzo di Dolmabahçe (il primo palazzo in stile europeo di Istanbul, costruito dal sultano Abdul Mejid I tra il 1843 e il 1856), la Moschea di Ortaköy (affacciata direttamente sull’acqua, praticamente all’ombra del ponte sullo stretto) e la Fortezza di Rumeli (conosciuta anche come Fortezza Taglia Gola fu costruita nel 1452 dal sultano Maometto il Conquistatore come tassello di una strategia per la conquista di Costantinopoli).




Per cena ci spostiamo nella città nuova, nel quartiere di Beyoglu, sede della movida serale tra il Viale Istiklal e Piazza Taksim. Ceniamo in un locale che abbiamo trovato su Instagram: Hayvore (link qui). Un locale con un buffet di piatti cucinati seguendo le ricette del Mar Nero. Tutto buonissimo (se non fosse che non servono alcolici 😬).
Dopo cena in pochi restiamo in giro spostandoci al Club Olimpia (link qui) in uno dei tanti localini con tavoli all’aperto siti nelle viuzze laterali di Viale Istiklal. Ordiniamo una shisha (forse più nota ad alcuni come narghilè) ed un drink.
26 aprile 2024
Il ginocchio di Tabak è messo peggio di ieri. Ci accompagnerà all’ingresso delle varie visite ma sarà Bahar a farci effettivamente da guida oggi.

Raggiungiamo col tram il quartiere di Sultanahmet e ci fermiamo a contemplare la maestosa mole della Basilica di Santa Sofia (Aya Sofia in turco, Hagia Sophia in greco). Magnifica!



Riassumere la storia di Santa Sofia è riassumere la storia di una parte del mondo antico. Quella che adesso vediamo dinanzi a noi è il risultato della terza edificazione della chiesa. La prima chiesa fu costruita nel 250 d.C. e distrutta da un incendio nel 404 d.C. a seguito degli scontri legati al conflitto tra il Patriarca di Costantinopoli e l’Imperatrice Elia Eudossia. Dal 405 d.C. fu eretta la seconda chiesa che venne distrutta nel 532 d.C. da un altro incendio appiccato durante la celeberrima rivolta di Nika.
Per darvi un’idea del bagno di sangue che fu la rivolta di Nika, scoppiata durante il regno dell’Imperatore Giustiniano I dal 13 al 18 gennaio del 532, considerate che sui 500.000 abitanti di Costantinopoli si stima che nel massacro dell’ippodromo fossero perite ben 30.000 persone. La più terribile mattanza di civili dell’intera, sanguinosa, storia romana!
Il 23 febbraio 532, pochi giorni dopo la distruzione della seconda basilica, l’imperatore Giustiniano I decise di costruire una nuova basilica completamente diversa, più grande e più maestosa rispetto a quelle dei suoi predecessori. La nuova cattedrale fu inaugurata dopo meno di sei anni di costruzione, il 26 dicembre 537, dall’imperatore in persona. Per rivestire le pareti e le colonne, Giustiniano aveva fatto giungere, dalle province dell’impero, una grande varietà di marmi: il marmo bianco da Marmara, il marmo verde dall’isola di Eubea, il marmo rosa dalle cave di Synnada e il marmo giallo dall’Africa. Inoltre alcune colonne e diversi ornamenti vennero recuperati dai templi di Diana ad Efeso, da Atene, Delfi, Delo e da Osiride in Egitto.




Nel 1453, caduta Costantinopoli, Santa Sofia fu trasformata in moschea, per volere del sultano Mehmet II. Gli ottomani coprirono i mosaici con una mano di calce, costruirono minareti e fontane, ma rimasero comunque ammaliati dalla maestosità dell’edificio, tanto che servì come fonte di ispirazione per le moschee che costruirono in seguito. Nell’Ottocento furono aggiunti i quattro grandi pannelli circolari in pelle di cammello, opera del calligrafo Kazasker İzzed Effendi, che in lettere d’oro riportano i nomi dei primi quattro califfi (Abu Bakr, Umar, Uthman e Ali) e che si aggiungono ai medaglioni dedicati ad Allah, al profeta Maometto, e ai due nipoti di Maometto: Hassan e Hussein.




Nel 1935 Mustafa Kemal Atatürk, trasformò l’edificio in un museo. I tappeti vennero tolti e le decorazioni del pavimento di marmo riapparvero per la prima volta dopo secoli, mentre l’intonaco bianco che copriva molti dei mosaici fu rimosso.




Nel luglio del 2020 Santa Sofia ritorna aperta al culto islamico e quindi viene nuovamente trasformata in Moschea. I mosaici e le raffigurazioni cristiane rimangono questa volta visibili (sebbene a volte celate alla vista diretta dalla zona di preghiera come una Madonna con Bambino sulla volta, coperta da tue teli) e l’ingresso ai turisti non mussulmani è consentito solo al secondo piano.





Dopo aver terminato la visita di Santa Sofia passiamo alla visita della reggia del sultano: palazzo Topkapı (che viene pronunciato topchph). Il palazzo venne concluso nel 1478, venticinque anni dopo la presa di Costantinopoli da parte delle armate del sultano ottomano Mehmet II. Fu costruito sul Promontorio del Serraglio (Sarāyburnu), ubicato tra il Corno d’Oro e il mar di Marmara, e negli anni crebbe fino ad inglobare il sito dell’antico Palazzo imperiale bizantino che aveva una superficie minore rispetto alla nuova costruzione ottomana.
Approfitto per inserire una nota sul troppo frainteso termine bizantino, termine introdotto nel ‘700 dagli Illuministi per evidenziare una discontinuità politico-culturale con l’Impero Romano classico. Questo termine non fu mai utilizzato dagli abitanti e dai regnanti del regno romano medievale. Costoro parlavano greco, perché in quella parte dell’Impero si era sempre parlato greco, prima che latino. Ma costoro erano e si consideravano in continuità diretta storico-culturale con quello che noi definiamo Impero Romano. Tant’evvero che, quando interrogati, si definivano oi Romaioi, i Romani, così come soprannominavano Costantinopoli: La Nuova Roma.




All’interno del Serraglio abitarono ventisei dei trentasei sultani dell’Impero Ottomano. Il palazzo è un insieme eterogeneo di chioschi, harem, corridoi, belvedere, ampi cortili abbelliti da giardini rigogliosi e fontane. Con la sua forma tentacolare è una sorta di campo nomade pietrificato, che ricorda e ricalca le usanze e i costumi di un popolo in continuo movimento, come era il popolo turco prima di fondare l’Impero Ottomano e trasformarsi in un popolo sedentario.




Visitiamo la zona delle cucine (in cui lavoravano e vivevano un migliaio di persone), la Sala del Divan (in cui il Gran Visir riuniva il Consiglio dei Ministri), Il maestoso Harem composto da trecento stanze, otto bagni, quattro cucine, due moschee, sei cantine, una piscina e un’infermeria. Nell’harem alloggiavano circa mille donne, tra cui la regina madre, le concubine favorite del sultano, nonché domestiche, nutrici, sarte, musiciste, danzatrici e schiave. Le guardie di questo immenso harem erano degli eunuchi, unici uomini, oltre al sovrano, ammessi in questa parte del palazzo.




Finita la visita al palazzo Topkapı torniamo nella Piazza Sultan Ahmet dove pranziamo ad un chiosco. Da lì ci spostiamo al luogo che più di tutti volevo vedere ad Istanbul: la Basilica Cisterna, Yerebatan Sarnici in turco, “il palazzo inghiottito” (link qui). Costruita dall’imperatore Costantino nel IV secolo e poi ampliata dall’imperatore Giustiniano nel 532 è lunga 143 metri e larga 70 metri. Il suo compito era fornire acqua per il palazzo imperiale grazie ad un serbatoio di 80.000 metri cubi, alimentato dall’acquedotto di Valente.






Il serbatoio della Cisterna oggi si presenta come un enorme spazio sotterraneo in cui trovano spazio 336 colonne alte 9 metri e distanziate l’una dall’altra di circa 5 metri. I capitelli sono un misto tra gli stili Ionico e Corinzio, con alcune eccezioni rappresentate da colonne Doriche o addirittura di colonne non decorate. Non essendo un luogo aperto al pubblico non era importante la coerenza architettonica, tanto che sono presenti spesso materiali di recupero provenienti da altre costruzioni o templi, come una testa di medusa capovolta utilizzata come basamento per una colonna! Il tutto illuminato da luci i cui colori cambiano nel tempo ed inframmezzato da opere d’arte moderna.


Lasciata la Basilica Cisterna entriamo in un enorme piazza ovale, sede una volta dell’Ippodromo di Costantinopoli. Dell’immensa costruzione resta solo la forma della piazza ed alcuni monumenti della spina centrale: l’Obelisco di Teodosio, la Colonna Serpentina in bronzo e l’Obelisco di Costantino Porfirogenito.


Visitiamo quindi la Moschea Blu. Costruita dal Sultano Ahmet I per essere un luogo di culto più maestoso di Santa Sofia è caratterizzata da una cascata di cupole che sembrano rovesciarsi giù dalla grande cupola centrale ed è adornata da ben sei minareti. Quando fu eretta questi suscitarono molto scandalo nel mondo musulmano poiché solo la moschea di Masjid al-Harām alla Mecca (la più sacra al mondo) ne aveva altrettanti. Alla fine, il sultano risolse il problema con l’invio del suo architetto alla Mecca per aggiungere un settimo minareto.



Nessun elemento esterno è blu. Il nome “Moschea Blu” deriva dalle 21.000 piastrelle di ceramica di diverse tonalità di blu che compongono i mosaici al suo interno. A creare un’atmosfera davvero surreale contribuisce anche la luce proveniente dalle 260 vetrate e da una decina di lampadari pendenti che formano cerchi di luce davvero suggestivi.




Lasciata la Moschea ci spostiamo col tram per raggiungere il Gran Bazar. Il Gran Bazar (in turco Kapalı çarşı, che significa “mercato coperto”) è uno dei più antichi e più grandi mercati coperti del mondo. E’ praticamente una piccola città con 18 porte di entrata, più di 4000 negozi e 60 strade. Il primo bazar fu costruito nel 1461 ed era tutto in legno, le transazioni inizialmente vertevano solo sulla lana e sulla seta ma poco a poco si aprì a tutti i tipi di commercio. Un tempo ogni settore commerciale aveva le sue vie delineate, ed ancora oggi i mercanti di tappeti, i gioiellieri, i mercanti di cuoio o di abiti sono raggruppati in specifiche sezioni.



Salutato Bahar raggiungiamo a piedi il Mar Kebab House Restaurant (link qui) dove prendo un tipico piatto turco, un kebab cotto in una giara servita ancora in fiamme a tavola 🔥
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