15 Agosto 2026

La prima parte del viaggio, quella culturale, è finita. Stamane prima dell’alba inizia la seconda parte, quella naturalistica ed antropologica alla scoperta del Chaco Boreal e dei popoli che lo abitano da sempre.





Alle sei del mattino sotto il nostro albergo arrivano i nostri due mezzi: un Toyota Hilux ed un Isuzu D-Max modificati per l’uso fuoristrada (snorkel, gomme pantaneros, assetto rialzato). Driver delle due auto rispettivamente Chachito e Luis. Con loro Carolina Arza (link qui), responsabile di Paraguay Safari, un’agenzia di ecoturismo e viaggi naturalistici, e nostro contatto principale in questo viaggio.
Carichiamo i bagagli sui cassoni dei pick-up nonché una targa “Museo Verde” da portare nel villaggio di Pedro P. Peña e lasciamo Asunciòn per dirigerci verso nord percorrendo la Ruta Nacional PY09, detta anche Ruta Transchaco. Alle sette e mezza vediamo sorgere l’alba lungo la via e già l’aspetto del paesaggio è cambiato. Siamo nella zona semi arida detta Chaco Seco e si vede. Di giorno le temperature saranno molto alte, certo un caldo secco ma con temperature nettamente sopra i trenta gradi. I cappelli ci saranno molto utili. E poi sere fresche, se non fredde.





Verso le otto effettuiamo una sosta in Zona Moises Galeano presso la Scuola Agroecologica Pa’i Puku (link qui), una realtà molto nota in Paraguay. Il nome ufficiale della scuola in realtà sarebbe Centro Educativo San Francisco Javier ed è una istituzione educativa con convitto fondata dal missionario belga Padre Pedro Shaw (al secolo Piet Jacobus Shaw, 1925–1984), soprannominato affettuosamente Pa’i Puku per la sua elevata statura (che in lingua guaraní significa: padre alto). Nel tempo il soprannome di Padre Pedro è stato utilizzato anche per identificare il centro educativo. Alla sua scomparsa la guida del convitto fu assunta dalla sua collaboratrice Christiane Georgette Geersens (1936–2016), infermiera e missionaria. Entrambe le figure sono oggigiorno ricordate in tutto il paese con profondo affetto e rispetto.





L’offerta educativa del centro spazia dalla scuola dell’infanzia fino alla scuola secondaria (con indirizzo tecnico e agrario). L’istituto accoglie bambini e giovani provenienti dalle zone rurali isolate del Chaco (figli di braccianti, famiglie indigene e comunità vulnerabili) che non hanno accesso a scuole nelle loro località d’origine. Al nostro arrivo i ragazzi sono impegnati a seguire la messa e noi veniamo accolti da Padre Remigio che ci accompagna a visitare il complesso.





Ripartiamo ed effettuiamo più tardi una sosta in un autogrill chiamato Parador Pirahu (link qui) dove, mentre facciamo finalmente colazione, ci soffermiamo a guardare in tv i festeggiamenti ad Asunciòn per l’anniversario della sua fondazione: festa grande!
La nostra sosta successiva sarà in una comunità indio. Ma a questo punto debbo prendermi una pausa dalla narrazione e parlarvi di Museo Verde (vi avevo anticipato che avevamo a bordo una loro targa destinata ad un villaggio, ricordate?).
Museo Verde (link qui) è un’iniziativa culturale e ambientale nata nel 2016 con l’obiettivo di conservare e valorizzare la memoria, le tradizioni e l’arte delle comunità indigene del Gran Chaco in Paraguay, contrastando allo stesso tempo la deforestazione attraverso modelli di sviluppo sostenibile. Invece di un unico grande edificio centrale, il progetto è concepito come una rete di piccole strutture espositive locali integrate nella natura e realizzate con materiali tradizionali (come legno di quebracho e palme caranday) all’interno delle singole comunità native (tra cui i popoli Ishir/Chamacoco, Ayoreo, Aché, ecc.). Ogni centro espositivo viene gestito direttamente dalle comunità per mostrare oggetti d’uso quotidiano, armi, piumaggi, tessuti in chaguar o caraguatá e ceramiche. Inoltre il progetto lavora per restituire alle popolazioni indigene la memoria visiva dei propri manufatti storici conservati nei musei europei (come il Museo Pigorini di Roma, ora Museo delle Civiltà, qui potete vedere un ago crinale, l’unico reperto online della collezione), fornendo modelli e immagini 3D per riattivare tecniche artigianali antiche.
E voi adesso vi potreste chiedere: e che c’entra il Museo Pigorini di Roma con i popoli del Chaco?!? C’entra, e c’entra molto grazie a due nostri connazionali: Guido Boggiani e Gherardo La Francesca. Ma andiamo con ordine…



Guido Boggiani (1861–1901/1902) è stato un pittore, fotografo, etnologo ed esploratore italiano. A 26 anni si imbarcò per l’Argentina in cerca di nuove ispirazioni artistiche. Risalì il fiume Paraguay ed entrò in contatto con la regione del Gran Chaco. Convisse con diverse comunità indigene, tra cui i Caduvei e i Chamacoco. Tra il 1888 ed il 1893 registrò i loro linguaggi, collezionò manufatti e documentò dettagliatamente la pittura corporea e le tradizioni locali. Tornato in Italia portò con sé oltre 1.400 reperti etnografici. Presentò le sue ricerche alla Società Geografica Italiana e alla Società Italiana di Antropologia ed Etnologia, ricevendo ampi plausi accademici. Grazie ai suoi diari pubblicò due volumi: I Ciamacoco (1894) e Viaggi di un artista nell’America meridionale. I Caduvei (1895). Tra il 1896 ed il 1901, ripartito per il Paraguay equipaggiato con un voluminoso apparecchio fotografico con lastre e treppiedi, scattò oltre 400 fotografie che documentano volti, tatuaggi, riti e vita quotidiana delle popolazioni locali. Nell’ottobre 1901 si addentrò nel Chaco profondo e se ne persero le tracce. Nel luglio 1902 una spedizione di soccorso guidata dall’esploratore spagnolo José Fernández Cancio ne ritrovò i resti: fu ucciso da un gruppo indigeno, anche se sui veri motivi dell’omicidio non fu mai fatta chiarezza. Boggiani è sepolto ad Asunción ed è molto noto in Paraguay tanto da avere intitolata una strada: Avenida Dr. Guido Boggiani!



Bene. E Gherardo La Francesca invece? Lui è stato protagonista di una pionieristica iniziativa di antropologia partecipativa e decolonizzazione dei musei. In pratica il Museo Pigorini ha reso disponibili a La Francesca i materiali dell’Archivio Fotografico e delle Collezioni Boggiani (disegni e schede di utensili, armi, abiti, ornamenti in piuma). Mediante l’associazione Museo Verde (fondata da La Francesca), le riproduzioni e le stampe di questi artefatti e fotografie sono state portate fisicamente all’interno delle comunità indigene. L’obiettivo di questa operazione è stato far descrivere e contestualizzare agli anziani ed agli artigiani indigeni il significato originario di quegli oggetti, le tecniche di fabbricazione dimenticate e stimolare il recupero di produzioni artigianali tradizionali (come la lavorazione della fibra di caraguatà, la pirografia o l’intreccio) che si stavano perdendo con la modernizzazione.
Ma c’è molto di più dietro la storia di Boggiani e quella di Museo Verde. Forse qualcos’altro vi racconterò quando anche noi andremo tra qualche giorno a Karcha Bahlut. Ma se foste curiosi vi consiglio di leggere questo libro di La Francesca: Karcha Bahlut: L’ ultimo Sciamano (link qui) in cui si ripercorre la storia di Boggiani e, romanzata, quella di La Francesca in Paraguay.





Arriviamo quindi a Yalve Sanga, un villaggio di circa 3000 persone per lo più appartenenti al popolo Enxet (qui la scheda di Museo Verde su di loro). La loro originariamente era una società animista caratterizzata da un nomadismo legato al variare dalle risorse stagionali (frutti di algarrobo, miele, cacciagione e pesca). Durante il XX secolo, l’espansione dei ranch di allevamento di bestiame (estancias) e l’insediamento delle missioni mennonite hanno limitato i loro territori, forzandoli verso la sedentarietà.





Andiamo al loro Museo Verde (link qui) dove possiamo ammirare il prodotto del loro artigianato. Questo non nasce come attività decorativa o commerciale, ma come risposta pratica alle esigenze quotidiane e cerimoniali. Quindi la parte principale della loro produzione si basa sulla tessitura in fibra di caraguatá. Le donne Enxet raccolgono le foglie nella foresta, ne estaggono le fibre pulendole con i coltelli, le essiccano e le intrecciano a mano sfregandole sulle cosce per crearne fili resistenti. Il manufatto più iconico è la bolsa de caraguatá (in lingua enxet ak’weingat), usata storicamente dai cacciatori per trasportare cibo, strumenti o miele selvatico, ma usata anche come amaca o sacca per il trasporto di neonati.
Il caraguatá (o chaguar) è una pianta bromeliacea del Sud America (principalmente del genere Bromelia, come la Bromelia balansae) nota per le sue foglie spinose, i frutti commestibili e l’uso nella medicina popolare.





Lasciata Yalve Sanga ci fermiamo a visitare il Centro de Interpretación del Gran Chaco Americano (link qui), un centro museale e culturale situato nei pressi dell’ingresso della città di Filadelfia. Davanti al centro si innalzano vari alberi bottiglia (samu’u in guaraní o palo borracho in spagnolo). Questo albero è uno dei simboli di questa regione, caratterizzato fa una forma rigonfia e rigata che gli permette di immagazzinare grandi quantità d’acqua all’interno dei tessuti per sopravvivere ai lunghi periodi di siccità.
Progettato per far conoscere la ricchezza naturale e storica dell’ecoregione del Gran Chaco, il centro combina risorse audiovisive, mappe interattive, schermi touch e repliche per mostrare la biodiversità, la storia e la multiculturalità della regione. Nelle sale vengono approfondite le tradizioni dei popoli indigeni, l’immigrazione delle comunità mennonite e gli eventi storici fondamentali come la Guerra del Chaco.
Durante la Guerra del Chaco (nota anche come Guerra della Sete) gli alberi bottiglia ebbero un ruolo fondamentale per le forze paraguaiane. I soldati intagliavano o incidevano il tronco rigonfio per estrarre la polpa interna spugnosa ricca di acqua. In più, dato che molti alberi secolari avevano tronchi cavi, i cecchini li utilizzavano per creare postazioni di tiro protette e camuffate.
Usciti dal centro ci fermiamo per un pasto veloce ad una delle tante tavole calde che sorgono nei pressi dei distributori di carburante, in questo caso la Ecop Chortitzer Bioceanica (link qui).
A questo punto raggiungiamo la comunità mennonita di Loma Plata. Ed in effetti già un paio di volte ho accennato ai Mennoniti. Ma chi sono?!? I Mennoniti sono i membri di un gruppo religioso cristiano nato durante la Riforma Protestante del XVI secolo. Fanno parte della tradizione anabattista (che rifiuta il battesimo dei bambini a favore di quello degli adulti) e prendono il nome da Menno Simons, un ex sacerdote cattolico olandese che ne riorganizzò e guidò il movimento. Fanno parte dello stesso filone degli Amish (mediaticamente più famosi) ma rispetto a questi i Mennoniti sono più aperti alla modernità. Guidati dalla ricerca della libertà religiosa e del pacifismo assoluto, per sfuggire a persecuzioni e discriminazioni hanno sempre preferito migrare verso zone di frontiera. Dalla Svizzera e dalla Germania a fine ‘700 le comunità migrarono nella Russia zarista. Poi a fine ‘800 da lì si spostarono tra Canada e Stati Uniti. Nel 1922 finalmente arrivarono nel centro desertico del Chaco, avendo il governo garantito loro l’autonomia educativa e l’esenzione militare.
La cultura mennonita è un mosaico unico in cui fede, comunità, semplicità e tradizione artigianale si fondono. Sebbene esistano profonde differenze tra i gruppi urbani moderni e le colonie tradizionali (Old Order) esistono tratti comuni che possono essere riassunti nel concetto che la comunità è la rete di salvataggio sociale ed economica di ogni individuo. Nelle comunità conservatrici (che però si trovano prevalentemente nell’est del Paraguay come la Colonia Nueva Durango) l’aspetto esteriore e la lingua servono a preservare l’identità e la separazione dal mondo esterno. In queste comunità l’abbigliamento deve essere modesto: gli uomini indossano pantaloni scuri, bretelle e cappelli a tesa larga mentre le donne indossano abiti lunghi e semplici, senza gioielli o trucco, e coprono i capelli con una cuffia (kapp). In generale tra loro parlano il Plautdietsch, un dialetto basso-tedesco rimasto quasi immutato dal XVII secolo, anche se lo spagnolo funge da lingua franca.





La nostra idea era di visitare la Iglesia Osterwick e poi magari girare per il villaggio per chiacchierare con gli abitanti. Ma la chiesa è chiusa ed il contatto di Carolina al telefono la informa che non ci sarà nessuno né in chiesa né in giro: sono tutti al rodeo!!! Ci guardiamo l’un l’altro, grandi sorrisi e decidiamo seduta stante: andiamo al rodeo!!! 🤠





Raggiungiamo lo Expo Rodeo Trebol (link qui), paghiamo il biglietto e… vaiiiiii sugli spalti! Quando arriviamo è in corso una gara di abilità a squadre in cui tre gauchos (nel Sud America il cowboy si chiama appunto gaucho) devono balzare in sella mentre l’altro scende, il tutto senza far fermare il cavallo! Guardando lo spettacolo, ma anche guardandosi intorno sugli spalti, si nota fortemente la componente tedesca. I paraguaiani hanno tratti indio molto marcati, soprattutto quì nel Chaco. Ma il grosso del pubblico e la totalità di chi gareggia sono alti, bianchi, biondi e con gli occhi azzurri!





Il rodeo comprende oltre all’arena dove si svolgono gli spettacoli anche degli spazi espositivi (libreria con testi di storia mennonita, mostra di impianti di condizionamento, agenzie immobiliari con progetti edilizi da finanziare, ecc), molte bancarelle dove comprare selle, speroni o che so… il mio nuovo cappello da gaucho 🤠 E poi zona food e un settore dedicato al bestiame, dato che qui si premiano anche i migliori manzi, che sono di razza Brahman.
La razza Brahman è caratterizzata da una grande gobba muscolosa sopra le spalle ed ampie pieghe di pelle pendenti sotto il collo e il petto. È molto diffusa nelle regioni tropicali e subtropicali per la sua tolleranza al calore, alle malattie e ai parassiti.





Lasciato il rodeo raggiungiamo la Estancia Campo Aroma, dove sorge l’Hotel Iparoma (link qui). La struttura nasce originariamente come un’azienda agricola e zootecnica (estancia) attiva nel settore dell’allevamento di bestiame. Con il passare dei decenni, i proprietari hanno destinato una vasta porzione dei terreni della proprietà alla tutela della vegetazione autoctona e della fauna selvatica. Per sostenere la conservazione e rispondere al crescente interesse per l’ecoturismo, l’azienda ha convertito parte delle abitazioni principali in un agriturismo e hotel campestre.
Ci accoglie Marylin, la proprietaria e (spoiler) la nostra cuoca e guida per i prossimi due giorni. Ci racconta di essere nata qui ma di essersi allontanata dalla comunità mennonita. Col marito hanno deciso di spostarsi fuori dai centri urbani ed hanno aperto questa attività. Piccola, modesta ma carinissima. Tra l’altro, rarità da queste parti, Marylin parla spagnolo, tedesco e soprattutto un perfetto inglese.
16 Agosto 2026

Come anticipato cambiamo formazione per i prossimi due giorni. Carolina resta con una delle due auto a Filadelfia per curare dei suoi impegni. Una parte del gruppo salirà sull’auto di Marylin, che come detto verrà con noi. Sia come guida – conosco questi posti come le mie tasche (cit.) – sia come cucinera. Ci ha preparato dei panini per pranzo e nel bagaglio abbiamo la carne per l’asado da cuocere stasera.





Le notizie che siamo riusciti a raccogliere dall’Italia sulla nostra meta sono poche. Il villaggio di Doctor Pedro P. Peña (che viene pronunciato da tutti pedropepegna) porta questo roboante nome come omaggio a Pedro Pablo Peña Cañete: medico, diplomatico e politico che fu brevemente presidente provvisorio del Paraguay nel 1912. Intitolare località, strade o istituzioni a importanti figure politiche o intellettuali del passato (spesso indicando il loro titolo accademico, come appunto Doctor) è una pratica toponomastica molto comune in questo paese. Il villaggio sorge (o meglio sorgeva) sulle sponde del fiume Pilcomayo a quattro ore (secondo Google Maps) da Fildalfia. Nel mondo reale invece impieghiamo sette ore sullo sterrato per raggiungerlo, percorrendo la strada PY15, la Ruta Bioceánica.
La Ruta Bioceánica è un’infrastruttura stradale e commerciale internazionale progettata per collegare l’Oceano Atlantico (Campo Grande in Brasile) con l’Oceano Pacifico (Antofagasta in Cile) così da facilitare il commercio regionale e ridurre significativamente i tempi di trasporto delle esportazioni agricole e industriali verso i mercati asiatici. Attualmente i lavori sono ampiamente in corso d’opera…
La Ruta è in costruzione, quindi incontriamo continui terrapieni dove a macchia di leopardo degli operai portano avanti il lavoro. Quando li incrociamo notiamo che nei pressi esiste sempre un campo dove questi lavoratori vivono. La strada è per lo più priva di segnale cellulare, circondata dal terreno semiarido del Chaco e la polvere alzata dal vento è una costante.
Il polvo rojo o tierra colorada è l’elemento geografico più iconico della regione. Si tratta del terreno argilloso che impregna ogni cosa e che nella stagione delle piogge si trasforma in barro rojo, un fango estremamente appiccicoso e scivoloso. È un simbolo di appartenenza a questa terra nella letteratura e nella musica folkloristica.
Dopo questo lunghissimo spostamento arriviamo a destinazione… al villaggio di San Agustin! In realtà nel 2006 il fiume Pilcomayo ha deviato il suo corso, distruggendo Pedro P. Peña. Le notizie che avevamo raccolto prima di partire ci dicevano che il villaggio sarebbe stato ricostruito a poca distanza dal sito originale… ma allora perché ci hanno portato a San Agustin e non al nuovo villaggio?!? Domani lo capiremo…





Che qualcosa non torni però ce lo conferma anche il cartello toponomastico che recita Comunidad San Agustin Pedro P. Peña. Comunque sia siamo arrivati e parcheggiamo davanti il Centro Artesanal Pedro P. Peña. Viene ad accoglierci il contatto di Museo Verde qui, Félix Peralta. Félix è una figura chiave nel panorama contemporaneo dell’arte e dell’artigianato indigeno e svolge un ruolo attivo nella trasmissione del sapere della comunità Nivaclé locale.
L’opera che ha portato Félix Peralta all’attenzione internazionale è la scultura intitolata Pescador, con cui ha vinto nel febbraio 2026 il Primo Premio alla Primera Bienal de Arte Indígena de Buenos Aires (link qui). Raffigura un pescatore tradizionale dei fiumi del Chaco (come il Pilcomayo). L’opera trascende la forma estetica per fungere da testimonianza della relazione della comunità Nivaclé con la natura, l’alimentazione tradizionale e la sopravvivenza nel territorio.
Con lui ad attenderci ci sono i cachique dei tre popoli che vivono nella zona: Aurelia per i Guaranì (qui la scheda di Museo Verde su di loro), Antonia per i Manjui (qui quella su di loro) e Thomas per i Nivaclè (qui la loro).
I cacique sono un po’ taciturni, evidentemente non abituati a confrontarsi con stranieri e ad esporre la loro storia per primi. Ma conversandoci riusciamo a farci un quadro della situazione in questa zona remota del Paraguay. La crisi idrica è diventata un problema strutturale. I cambiamenti climatici globali hanno reso le siccità più frequenti, prolungate e severe. Il fiume Pilcomayo, fonte storica d’acqua e sostentamento per le tre comunità, subisce continui problemi di insabbiamento e deviazione del corso (dovuti sia alla sedimentazione naturale sia a opere idrauliche non coordinate tra Paraguay e Argentina, nazioni tra cui il fiume marca il confine). Questo lascia spesso secchi i bracci del fiume che alimentavano la zona. E dato che l’acqua sotterranea è salmastra non si può risolvere il problema scavando pozzi. Le famiglie sono costrette a bere dai tajamares (bacini artificiali di raccolta delle acque piovane), spesso condivisi con il bestiame. Questo porta a un’elevata incidenza di malattie parassitarie, infezioni gastrointestinali e problemi renali, che colpiscono in modo sproporzionato bambini e anziani. Non solo la salute è stata colpita, ma anche l’economia domestica. Senza sufficiente acqua non è stato più possibile sostenere le pecore, sulla cui lana era basata la produzione di borse e tappeti da parte delle famiglie. Ma senza acqua non si sono più potuti sostenere nemmeno gli orti comunitari e la selvaggina si è diradata.
La principale fonte di impiego salariato adesso è il lavoro stagionale nelle estancias, se non direttamente l’emigrazione verso Filadelfia. Per quanto riguarda la produzione di artigianato, essendo la zona così isolata, non si riescono ad avere guadagni importanti. Quindi da un lato l’economia resta di sussistenza senza veri sbocchi ed in più, come ci fa notare Félix, con l’allontanamento dei giovani si stanno perdendo le conoscenze tradizionali.





Probabilmente il completamento della Ruta Bioceánica e l’apertura del Museo Verde potrebbero dare una spinta allo sviluppo della comunità. Félix ci dice che per ottobre il Museo dovrebbe aprire (adesso grazie a noi ha anche la targa!) e che lui ripone molte speranze in questa operazione. Ci fa visitare il piccolo Centro Artesanal, dove su un muro è appesa una tradizionale rete a forbice (red de tijera) in fibra di Chaguar, il tipo di rete utilizzata dai Nivaclè per pescare nel fiume.
E la rete ci porta al fatto che avevamo preventivamente concordato di assistere ad una battuta di pesca tradizionale. Una di quelle tradizioni a rischio scomparsa appunto. Ma… dicono che ormai sia tardi, che non ci siano gli uomini… domani però il cacique dei Nivaclè verrà con alcuni pescatori e scenderemo al fiume.



Decidiamo quindi di sistemarci per la notte prima di fare qualunque altra cosa e ci spostiamo nella foresteria della chiesa. Non eravamo riusciti ad avere molte informazioni su questa sistemazione (ci avevano parlato di una generica capanna con qualche branda) ma Padre Vicente ci apre varie casette pulite con letto, corrente elettrica, zanzariere alle finestre. I bagni sono mezzi distrutti ma c’è l’acqua corrente grazie ad una cisterna, per cui possiamo anche farci le docce (ma velocemente e senza sprecare acqua sottolinea Padre Vicente).





Cosa fare visto che la pesca al fiume è saltata?!? Beh almeno vediamolo questo fiume! I nostri driver se la sentono di guidare ancora un po’ e allora seguendo la vista satellitare di Google Maps ci avviamo. Lasciamo la via principale, seguiamo un sentiero che dalle mappe andrebbe fin sulle sponde e… raggiungiamo uno spiazzo chiuso con un paio di baracche dove troviamo un pastore male in arnese. Chachito e Luis parlano con lui e ripartiamo su un altro sentiero per finire in un’altro spiazzo con tre edifici in cemento armato abbandonati da tempo (forse i resti del villaggio inondato). Comprendiamo che qui senza qualcuno che conosca il territorio è inutile muoversi in autonomia e torniamo alla nostra foresteria.





San Agustin è un villaggio desolato. Vediamo più cani pelle e ossa e capre che abitanti. C’è un complesso scolastico e molte abitazioni dalla forma standard, palesemente finanziate dal governo. Sono per lo più edifici in muratura con un portico su cui si affaccia una stanza per lato. Ovunque vediamo che le strutture sono state ampliate con tettoie di legno o con capanne. Le case non sono vuote ma gli abitanti anche se ci vedono non sono incuriositi da noi. Prima di rientrare ci capita l’occasione di vedere un fratellino giocare a pallone con la sorella. Ci avviciniamo e quasi forzando la mano riusciamo a scambiare due chiacchiere coi genitori. Alla fine si sciolgono e scappa anche un selfie di gruppo!



Torniamo alla nostra foresteria, doccia e mentre Marylin cucina… è il caso di chiudere gli scuri delle stanze e mettersi la felpa chè tira vento e la temperatura sta calando vertiginosamente!!! Félix è nostro ospite e così abbiamo l’occasione di consegnarli la targa per il Museo Verde.
17 Agosto 2026

La mattina inizia male. Se ieri c’era il sole, oggi è coperto. Poi peggiora perchè arriva Felix e ci dice che il cachiqe dei Nivaclè si scusa ma ha dovuto raggiungere la mamma malata ed ovviamente senza di lui i pescatori non vengono. Certo noi comprendiamo ma spingiamo Félix a trovare una soluzione… altri pescatori… saremmo felici di gratificare con una mancia chi non avesse grossi impegni e volesse venirci incontro… Félix ci pensa, chiama un pescatore che abita lì vicino. Raggiungiamo a piedi la casa di questo pescatore dove c’è la moglie ed il resto della famiglia.





Parlando con loro finalmente comprendiamo il perché della confusione toponomastica tra San Agustin e Pedro P. Peña e del dramma che attanaglia questa comunità. Una volta tutti loro vivevano sul fiume a Pedro P. Peña e sfruttavano il Pilcomayo per i commerci e per nutrirsi. Dopo l’inondazione che distrusse il villaggio si rifugiarono come profughi qui nell’interno, a San Agustin. Il governo aveva promesso di ricostruire il loro villaggio ma non l’ha mai fatto. Anzi, ha costruito loro queste piccole case che vediamo ovunque, un progetto standard che prevede un patio centrale su cui si aprono letteralmente due stanze. Sono talmente piccole che, come abbiamo visto ieri e vediamo qui a casa loro, sono stati costretti ad ampliarle in maniera precaria con capanne e tettoie di legno. Del loro passato è rimasto solo il toponimo sulle mappe. Il governo ha fatto sì che tutti avessero una parabola satellitare ed ha istallato il ripetitore che dà segnale cellulare e rete Internet. Ma non avendo più accesso diretto al fiume, loro non hanno più lavoro. Tant’evvero che in questi giorni buona parte degli uomini sono via per la raccolta delle cipolle.





Alla fine si riuniscono ben sette pescatori volontari, ognuno con la propria sacca che contiene la propria rete di chagar. Stipati tutti sul cassone di una delle nostre auto, ci guidano fino al fiume (e per forza che non ci eravamo arrivati ieri, toccava aprire un paio di cancelli 🤷🏻♂️). Parcheggiamo alla fine del sentiero e raggiungiamo le sponde del fiume a piedi, percorrendo un terreno molliccio e coperto di arbusti. Il Pilcomayo si presenta come una larga distesa di acqua inframmezzata da isolotti fangosi abbastanza estesi. Le stesse sponde sono costituite da pareti verticali di limo e sabbia poco coesi. Poco prima delle sponde, cataste di rami strappati dalle correnti ed accumulati dalle piene. E proprio verso queste cataste si avviano i nostri pescatori. A colpi di machete iniziano a modellare i rami di cui hanno bisogno.





Quattro di loro approntano così delle reti a forbice (red de tijera). In pratica la rete di forma triangolare viene montata su due pali di legno incrociati e snodati ad un’estremità, che funzionano esattamente come le lame di una forbice. Il pescatore poi una volta immerso nell’acqua mantiene i pali aperti per stendere la rete nel fiume. Quando avverte o vede il passaggio dei pesci chiude rapidamente i due pali, intrappolando le prede all’interno della sacca. Gli ultimi due pescatori invece si sono procurati due lunghe pertiche con cui battere l’acqua davanti il gruppo con le reti e spingere così i pesci verso la trappola.





Li seguiamo nel fiume, come loro a piedi nudi perchè il fango è colloso, per assistere alla battuta di pesca. Loro scherzano con noi dicendoci che stiamo andando all’estero senza passaporto. Infatti superiamo la metà del fiume e di fatto siamo in territorio argentino. Noi rimaniamo sull’ultima isola fangosa (tocca salvare le macchine fotografiche 😬) mentre loro superano un tratto di acque profonde e si schierano nei pressi della riva opposta. I battitori man mano si avvicinano ai quattro con le reti che a loro volta tirano fuori i pesci dalle reti e se li assicurano alla vita.





Al ritorno il bottino è di una decina di sabali, un pesce molto comune e molto consumato in queste zone. I pescatori smontano le loro reti, abbandonando sulla riva i pali, e torniamo nel villaggio.

Ed adesso ci toccano altre sette ore di ritorno sullo sterrato. Anche una in più per la mia macchina visto che buchiamo una gomma.





Nessun vero problema per il nostro autista, che effettua una riparazione d’emergenza. Luis sa cosa fare e noi siamo fiduciosi, sebbene ci rendiamo conto di quanto possa essere complicato vivere e spostarsi qui. Non siamo più nella bolla del ripetitore del villaggio e, sebbene ogni tanto si incrocino cartelli con i nomi di qualche estancia, non c’è segnale cellulare per chilometri e chilometri.
A fine giornata siamo di nuovo all’Hotel Iparoma nelle nostre vecchie stanze.
18 Agosto 2026

La mattina salutiamo Marylin ed il suo staff e andiamo a Filadelfia. Visitiamo il Museo Casa de la Colonia o Koloniehaus (link qui), museo dedicato alla storia della colonizzazione mennonita.





Scopriamo che siamo nella Colonia Fernheim (link qui), un’ampia area rurale che comprende decine di villaggi (Dörfer), aziende agricole, pascoli e terreni cooperativi, di cui Filadelfia è il capoluogo. La colonia fu fondata nel 1930 da un gruppo di mennoniti tedeschi in fuga dai reclutamenti forzati, dalle persecuzioni e dalle colletivizzazioni dell’Unione Sovietica. Questi primi coloni si insediarono in 13 villaggi formati da circa 25 famiglie ciascuno. La regione era selvaggia e priva di infrastrutture. Sotto la guida di David Löwen, l’allora amministratore della colonia, si iniziò a cercare l’acqua scavando dei pozzi. Dopo un primo tentativo fallito che intercettò una falda di acqua salmastra, il 17 agosto 1931 fu scavato un pozzo con acqua dolce. Da allora questa data è considerata quella di fondazione di Filadelfia. I coloni fecero arrivare dalla Germania le infrastrutture necessarie ad avviare la colonia: una caldaia a vapore, un frantoio, una segheria ed un mulino per il grano. Affidarono il progetto della città a tre stimati membri della comunità: Gerhard Isaak, Peter Rahn e Johann Funk. Sfruttando gli enormi spazi i tre concepirono una reticolo regolare di circa 1500 lotti separati da ampie strade. Il nome suggerito fu Philadelphia, per il suo significato di amore fraterno. Ma dato che in spagnolo il gruppo ph non esiste e viene sostituito una f, già nei primi anni di vita nei documenti ufficiali il nome veniva trascritto in Filadelfia. Così negli anni ‘50 la città cambiò ufficialmente denominazione.





L’edificio servì originariamente come centro amministrativo e di riunione per la comunità appena insediata. Convertito poi in museo per il 50° anniversario della colonia, rappresenta oggi una delle rarissime strutture dell’epoca dei pionieri rimaste intatte. Custodisce documenti, fotografie, oggetti di uso quotidiano e attrezzi d’epoca che raccontano quei primi anni di insediamento. Al piano terra troviamo cappotti invernali di lana e vestiario pesante portati dalla Russia, strumenti musicali tradizionali, bibbie storiche, macchine da scrivere e utensili da cucina dell’epoca. Ma anche i primi attrezzi e gli strumenti da lavoro realizzati manualmente sul posto dai coloni, insieme a modelli e foto dei carri trainati da buoi (sulky) usati per muoversi nelle piste di sabbia e fango prima dell’arrivo dei trattori. Al primo piano sono esposti invece residuati bellici della Guerra del Chaco e documenti d’archivio fotografici della colonia.





Lasciamo Filadelfia ma prima di avviarci verso sud raggiungiamo di nuovo Loma Plata per visitare il Campamento Laguna Capitán (link qui). Si tratta di una destinazione ecoturistica gestita dalla Cooperativa Chortitzer.
Le cooperative mennonite controllano la quasi totalità della produzione lattiero-casearia del Paraguay. Nello specifico la Chortitzer è uno dei maggiori conglomerati agroalimentari del paese e proprietaria del diffusissimo marchio Trebol. In ottemperanza alle normative ambientali nazionali, la cooperativa mantiene ampie aree di bosco nativo (reservas legales) all’interno delle proprietà dei propri soci.





La Capitán è una laguna di acqua salmastra ed è popolata da fenicotteri ed uccelli migratori. La vegetazione circostante (bosco chaqueño, caratterizzato da quebracho, palo santo e cactus) ospita capibara, pecari, formichieri. Noi seguiamo un percorso predisposto che ci porta nel cuore della laguna dove proviamo a cimentarci col birdwatching. Riusciamo ad avvistare solo trampolieri ed in lontananza fenicotteri e degli avvoltoi testarossa.
Torniamo sulla Ruta Transchaco e pranziamo di nuovo al Parador Pirahu (i driver sono abitudinari). Il viaggio verso Asunciòn è molto lungo ed arriviamo stanchi in albergo. Prendiamo le stanze al SBS Hotel & SPA (link qui) a pochi passi dalla Avenida Dr. Guido Boggiani. Ed andiamo a cena proprio sulla strada intitolata al nostro connazionale, alla Brasa & Leña Churrasquería (link qui).
19 Agosto 2026

Quella di ieri logisticamente è stata una giornata complessa perché abbiamo dovuto tirare le fila di varie soluzioni ad un problema che era sorto già nei primi giorni di viaggio e che avrebbe impattato quest’ultima parte. Per visitare il Chaco Umedo, il Pantanal, avevamo programmato di raggiungere in aereo Bahia Negra e poi di discendere il Rio Paraguay sulla Fátima III, un piccolo cargo che trasporta merci e passeggeri. Avremmo passato una giornata a bordo ed avremmo dormito appesi nelle amache che ci saremmo portati, per arrivare la mattina successiva a Puerto Valle-Mi, 400 km di navigazione più a sud della partenza, e di lì poi tornare ad Asunción via terra con un transfer. Ma la Fátima III aveva avuto un guasto praticamente al nostro arrivo in Paraguay e non sarebbe stata sicuramente disponibile nemmeno la settimana successiva.
L’alternativa sicura per tornare indietro sarebbe stata sfruttare il collegamento pubblico in autobus tra Bahia Negra ed Asunción. Ottocento chilometri, di cui la metà su sterrato, senza aria condizionata, con sedili rigidi. Tempo stimato una quindicina d’ore. Durante il viaggio continuiamo a cercare contatti e soluzioni per evitarci questa prova e raccogliamo varie offerte. Qualcuno ci scambia per nababbi e ci offre un volo privato ma alla fine riusciamo a trovare una offerta accettabile per due lance private. Siamo chiari: noi siamo sicuri di averle strapagate (ed a Bahia Negra ce lo confermeranno) ma senza avere persone fidate in loco non potevamo fare di meglio per non dover rinunciare al nostro programma.





Detto ciò torniamo al racconto. Quando ho detto che saremmo andati in aereo forse avrei dovuto specificare che non esistono voli di linea regolari. Il servizio è gestito un giorno a settimana dal SETAM (Servicio de Transporte Aéreo Militar) con un aereo da una trentina di posti. Il volo parte solo SE le condizioni meteo lo consentono, sennò quella settimana si resta a terra. Siamo in stagione secca e quindi questo rischio non dovremmo correrlo. I biglietti si acquistano (in contanti) direttamente all’aeroporto militare (no pagina web, no applicazione, no carta di credito, no bonifico) ed ogni biglietto include 10 kg di bagaglio. Il peso in eccesso si paga il corrispettivo di un paio di euro a chilo. L’aereo che normalmente copre la tratta però è in manutenzione e SETAM ne mette a disposizione uno più piccolo, da una quindicina di posti con 5 kg di bagaglio inclusi nel biglietto.





Dopo aver pesato noi ed i bagagli, ci chiamano leggendo i nomi dalla lista di acquisto biglietto e raggiungiamo a piedi sulla pista l’aereo. Le sedute sono libere ma lo spazio è veramente poco. Per la cronaca la mia cintura di sicurezza ha l’aggancio rotto, quindi volo senza 😬 Al decollo sono le sei del mattino ed è ancora notte ma lo spettacolo dell’alba in volo sulla foresta sottostante è bellissimo. In cabina non c’è separazione tra i sedili dei piloti ed i nostri, quindi leggiamo sulla strumentazione che voliamo in media sui 1900 metri di quota e a 200 km/h. Dopo un paio d’ore il pilota fa un po’ di ripasso al suo secondo e gli fa fare pratica… di atterraggio!



Per nostra fortuna il secondo pilota se la cava bene ed atterriamo sani e salvi a Bahia Negra per le sette e trenta. Siamo in uno degli insediamenti più remoti del paese, nel cuore del Pantanal paraguaiano. Il villaggio, che ospiterà all’incirca un duemila persone, si stende lungo il corso del Rio Paraguay e si trova vicino al triplo confine tra Paraguay, Brasile e Bolivia. Ragion per cui ospita un avamposto della Marina Militare paraguaiana.





Prendiamo le nostre stanze al Puertas del Pantanal (link qui) e conosciamo i proprietari: Ignacio (detto Nacho) e Maria. L’albergo è molto semplice ed informale e si sta riprendendo con buona volontà da un incendio che l’ha devastato. Nacho si rivela un prezioso aiuto per meglio programmare i nostri giorni. Dato che oggi il meteo non è un granché ci consiglia di invertire le escursioni che avevamo programmato. Meglio andare oggi a trovare le comunità indio ed effettuare domani l’escursione sul fiume.





Ci organizza tutto lui, così noi andiamo a farci una passeggiata per Bahia Negra. Scopriamo un villaggio molto semplice, con la classica scritta del nome da fotografare, strade poco asfaltate, qualche negozietto e molte case private in condizioni non ottimali. C’è anche un grande ospedale e incrociamo due poliziotti sullo stesso motorino e senza casco! Al ritorno i bambini stanno uscendo da scuola. Conosciamo la preside, che ci assicura di avere radici italiane anche se non le sono stati tramandati altri dettagli. E conosciamo un giovane insegnante di Asunción che è venuto quì per tre anni ad insegnare matematica e fisica. Si vede che è uno che crede in questo progetto di vita – e notiamo anche che è l’unico con una cravatta che incroceremo in questi giorni!





Tornati a pranzo Maria ci fa trovare un surubì, un delizioso pesce di fiume cucinato superbamente. Dopo pranzo vengono a prenderci i nostri driver per il pomeriggio. Due militari della marina che hanno staccato il turno ed arrotondano lo stipendio con noi. Una delle due auto è di Nacho, l’altra è della Marina.





La prima tappa è un villaggio che sorge subito dopo Bahia Negra: Puerto Diana. Qui vive la comunità Yshir più grande della zona (qui la scheda di Museo Verde su di loro). I nostri driver ci portano davanti la casa del cachique Críspulo Martínez. Lui si dimostra felice di parlare con noi, ma ci prega di seguirlo per riunirci nella loro nuova sede: il Salón Ecológico UCINY (Unión de Comunidades Indígenas de la Nación Yshir). Lui infatti non è solo il capo di questa comunità ma presiede anche questa organizzazione che riunisce le varie anime del popolo Yshir/Chamacoco. Ci spiega che questo popolo vive lungo le sponde del Rio Paraguay in diverse comunità (Puerto Diana, Puerto Esperanza, Puerto Pollo, Virgen Santísima, Karcha Bahlut, Puerto Abundancia). La struttura in cui ci accoglie è stata inaugurata nel settembre del 2025 ed è stata progettata da Luz Ferreira, una architetta Yshir. Entriamo in una struttura esagonale, ispirata alle dimore tradizionali, ed ecologicamente sostenibile. Infatti è sopraelevata per non essere danneggiata dalle inondazioni annuali di questa zona ed ottimizza la circolazione dell’aria per mantenere una temperatura confortevole senza dipendere dall’energia artificiale. Il cacique ci fa notare che il grande palo centrale che sostiene le travi vuole rappresentare le comunità riunite. Questo centro vorrebbe diventare un luogo dove preservare la cultura locale sia tramite seminari che allestendovi una zona museale.
Dopo esserci accomodati gli chiediamo di spiegarci le criticità principali che stanno affrontando e lui ne individua due principali. La prima è l’istruzione. Qui a Puerto Diana vivono un migliaio di persone con molti bambini. Nella comunità hanno le scuole primarie, mentre per le secondarie debbono andare nella vicina Bahia Negra. Il problema vero sorge per quelli che vorrebbero proseguire negli studi. La comunità non ha appoggi ad Asunción, uno studentado per esempio, e diventa difficile sostenere economicamente uno studente fuori sede. Il lavoro è l’altro grande problema. In genere è poco per tutti (pesca, raccolta del miele selvatico, artigianato) ma paradossalmente ce n’è ancor meno per i pochi laureati che volessero tornare a vivere qui. Ci fa l’esempio del grande ospedale che avevamo visto a Bahia Negra: fumo negli occhi. Nell’ospedale non solo c’è carenza di medicinali ma drammaticamente anche di medici (immaginiamo non ci siano incentivi per venire a lavorare in questo posto di frontiera). La situazione è così grave che solo ultimamente sono morte tre partorienti ed una donna ricoverata.
Affrontiamo poi il discorso della terra e della sua gestione, tema caldo in tutte le comunità che abbiamo incontrato finora. Lui ci spiega che la terra appartiene alla comunità. Le case sono di chi le ha costruite ma la terra su cui sono edificate resta della comunità. Nel villaggio possono vivere solo Yshir. L’unica eccezione è per quelle coppie miste in cui la moglie è Yshir. Per tutti gli altri il posto dove poter vivere più vicino è Bahia Negra. Una delle loro rivendicazioni verso il governo riguarda proprio la terra. Da un lato la regione dell’Alto Chaco sta affrontando tassi di deforestazione tra i più alti al mondo, deforestazione legata alla conversione delle foreste in pascoli per l’allevamento bovino e alla speculazione fondiaria. Dall’altro lato la superficie di terreno assegnata alla comunità è estremamente ridotta rispetto alla popolazione attuale ed insufficiente per garantire loro la sussistenza legata ad aree di caccia e raccolta tradizionali.



Lasciamo Puerto Diana per raggiungere la comunità di Karcha Bahlut, dove tutto ha avuto inizio. È buffa questa cosa. Qui venne Boggiani nella sua prima esplorazione nel 1889, qui venne Gherardo La Francesca in collaborazione col Museo delle Civiltà e qui grazie a lui nacque il primo Museo Verde. E per noi è una delle ultime tappe 🤷🏻♂️
Karcha Bahlut è anche protagonista di uno dei complessi cosmogonici più affascinanti dell’America del Sud, documentato in gran parte dall’antropologo paraguayano Ticio Escobar e dal nostro Boggiani: La mitologia degli Anabsoro. Gli Anabsoro erano dei demoni-divinità privi di perfezione estetica o morale. Ognuno di loro possedeva una forma unica e grottesca, spesso legata a un elemento vegetale, animale o atmosferico. Gli Anabsoro possedevano la conoscenza dei segreti dell’universo, dei riti e della caccia ma abusavano del loro potere: esigevano continui tributi di cibo, pretendevano il controllo totale sulla comunità ed erano violenti ed imprevedibili. Gli Yshir scoprirono che queste divinità avevano come punto debole la caviglia e decisero di ribellarsi e di sterminarli. Le divinità moribonde avvertirono gli Yshir che la loro scomparsa avrebbe portato la carestia, la siccità e la distruzione del mondo. Per impedire questo collasso cosmico, gli uomini Yshir devono rievocare ciclicamente gli Anabsoro: indossando i loro costumi e impersonandoli nel Debylyby, gli uomini “incarnano” gli spiriti divini, permettendo loro di tornare momentaneamente sulla Terra per rigenerare la natura, garantire la pioggia, la prosperità della caccia e la salute della comunità.
Come tutte le leggende anche questa nasconde una qualche verità. La genesi degli Anabsoro era legata ai ritrovamenti di ossa nel sottosuolo del villaggio, ossa appartenenti a persone più alte degli Yshir. A seguito di ritrovamenti archeologici di una missione coordinata dall’archeologa Maria Rosaria Belgiorno si è passati a considerare questa zona dall’essere in epoca preistorica un’area priva di insediamenti strutturati ad una realtà più complessa con tipologie insediative adattate ad un ambiente palustre.





Quando arriviamo il Museo Verde è in stato di abbandono. Già lo sapevamo perchè ci era arrivata notizia di un dissidio tra la comunità ed il vecchio cacique, Bruno Barras, che aveva portato alla chiusura del museo e ad un avvicendamento nella guida del villaggio. Il nuovo cacique Dani Pierci oggi non c’è ma veniamo comunque accolti dalla madre Juliana che prima ci mostra alcuni prodotti di artigianato locale e poi ci accompagna in una breve passeggiata verso il Museo.





Ci fa notare le conchiglie che emergono dalla terra del suolo. Karcha Bahlut vuol dire proprio grande conchiglia. Secondo la leggenda gli Anabsoro erano ghiotti di molluschi e, gettando via i gusci, avevano creato questo colle. Più semplicemente gli antenati Yshir avevano stabilito le loro case nelle zone naturalmente rialzate per limitare i danni delle alluvioni annuali. La signora ci spiega che hanno intenzione di aprire nuovamente il loro Museo Verde ma che vorrebbero farlo in una struttura in muratura. Ci fa vedere come la precedente struttura in legno abbia comunque subito danni dalle alluvioni, con varie parti marcite ed una scala crollata.
20 Agosto 2026

Stamane abbiamo l’escursione alla riserva naturale e stazione biologica Tre Giganti (Estación Biológica Los Tres Gigantes). Gestita dall’organizzazione ambientalista Guyra Paraguay (link qui) si estende su una superficie di circa 14.600 ettari ed è una delle aree più importanti per la conservazione del Pantanal paraguaiano. Deve il suo nome a tre iconiche specie “giganti” della fauna locale a rischio di estinzione: la lontra gigante (Pteronura brasiliensis), l’armadillo gigante (Priodontes maximus) e il formichiere gigante (Myrmecophaga tridactyla). Ospita una fauna molto ricca: quasi 200 specie di uccelli ed, oltre ai tre già nominati “giganti”, giaguari, cervi delle paludi, pecari.





Risaliamo il fiume dall’imbarcadero del nostro albergo su due lance fluviali. Navighiamo per una quarantina di chilometri prima sul Rio Paraguay e poi sul Rio Negro. Lungo il tragitto è facile osservare caimani (yacarè), aironi, avvoltoi testarossa ed altri uccelli. Incrociamo anche un caimano che non ce l’ha fatta e che galleggia capovolto con tre avvoltoi addosso!!! ☠️





Raggiunta la stazione biologica per approdare dobbiamo farci strada in un banco di camalotes, quelle piante chiamate da noi giacinti d’acqua e che creano quelle classiche zattere verdi galleggianti trascinate dalla corrente di questi larghi fiumi. Quì però siamo in un’ansa stretta e si è creato un tappo che le nostre lance forzano creandosi a spinte un passaggio fino alla riva.





Sbarchiamo e seguiamo il guardiaparco Asterio Ferreira lungo il più breve dei due sentieri, il Sendero Tatú Carreta. Purtroppo Asterio è di poche parole e, sebbene incrociamo molte piante etichettate, non si perita di darci spiegazioni oltre il minimo indispensabile. Raggiungiamo due torri, una di osservazione più stabile ed una per il controllo degli incendi, in legno e più precaria (tanto che saliamo due alla volta chè balla tutta). Tornati al campo base ci facciamo accompagnare all’altra torre di osservazione che domina tutta l’ansa del fiume e sicuramente offre un panorama più scenografico dell’altra.





Asterio ci fa vedere sul suo cellulare foto di giaguari e altri animali catturati dalle fototrappole disseminate lungo i sentieri. Resta però che a parte avvoltoi, pappagalli, cardenal de cabeza roja e compagnia bella avvistiamo solo uccelli e mai mai mai un qualche mammifero.





Come avevo già anticipato durante tutto il viaggio, il turismo in Paraguay non è molto sviluppato e anche quì non fa eccezione. Asterio ci rivela che l’anno scorso il parco è stato visitato da poco più di duecento turisti.





Tornati a Bahia Negra effettuiamo il quotidiano pellegrinaggio da Empanada Pamela (link qui). Abbiamo scoperto il chioschetto di Pamela già il primo giorno e, vista la bontà delle sue empanadas, siamo diventati ospiti fissi. Ora… noi arriviamo dopo una giornata di escursione… e Pamela è chiusa!!! Ma lei ieri ci aveva detto che abita nella casa di fronte e… toc toc salveeeee 😬





Pamela sta facendo il bagno ad uno dei figli ma ci prega di attendere chè a breve apre il baracchino. Quando arriva ci scalda subito le empanadas avanzate dal mattino e si mette a prepararne di nuove. Curiosiamo in cucina per vedere come le prepara e chiacchierando le chiediamo della loro cucina tradizionale. Lei orgogliosa ci tira fuori dal frigo una prelibatezza: un armadillo (tatù)! Non è un piatto dedicato a noi turisti ma nelle comunità rurali la carne di armadillo viene cucinata direttamente all’interno del suo carapace (coraza) ed è considerata prelibata per il sapore grasso e simile al maiale o al pollo. Noi decidiamo che Pamela va gratificata e creiamo su Google Maps la sua attività! Così sappiate che se andrete a Bahia Negra adesso potrete facilmente raggiungere il suo baracchino 🥟
21 Agosto 2026

È finalmente il gran giorno di discendere il Rio Paraguay. Ieri pomeriggio da Porto Murtinho sono arrivate le due lance della Pacific Tour con i loro piloti. Il tempo è bello ma abbiamo un po’ di timore visto che dovremmo passare l’intera giornata su queste due barche. Staremo comodi perchè i sedili sono imbottiti e dotati di schienale ma non ci sono grandi protezioni da acqua e vento. Ieri per sicurezza abbiamo comprato i classici sacchi della spazzatura per proteggere dagli schizzi i nostri bagagli.





La partenza è alle sette e mezza e la temperatura è ancora bassa. Siamo belli bardati e speriamo che il vento in faccia non sia troppo fastidioso – d’altronde sebbene in questo piccolo gruppo siamo tutti viaggiatori provetti, nessuno di noi ha affrontato una traversata del genere.
Si parte… io sono sulla lancia più datata e come spesso accade da queste parti ciò che è vecchio ormai funziona perché è stato già rappezzato a sufficienza. È la lancia più nuova che inizia ad avere problemi alla pompa della benzina, costringendo l’imbarcazione a fermarsi ogni tanto per far ripartire il motore.
Lungo il tragitto incrociamo enormi conglomerati di chiatte (immaginate quattro chiatte in fila orizzontale con alle spalle quattro o cinque file uguali) spinte da appositi rimorchiatori che risalgono lentamente il fiume. Impressionanti. Aironi e avvoltoi in cielo o sulle sponde e caimani che entrano in acqua. Ogni tanto un villaggio indio. Sulla sponda destra il Paraguay e sulla sinistra il Brasile.





Ad ora di pranzo raggiungiamo Fuerte Olimpo, dove sbarchiamo per la pausa pranzo. Maria ci ha dato delle empanadas per pranzo e pensiamo di trovarci un posto dove mangiarle ma… prima ci ferma un ufficiale della marina paraguaiana a cui forse parrà strano vedere in quel posto persone con macchine fotografiche al collo risalire dall’imbarcadero. Superato un rapido interrogatorio (con richiesta di non so che documento per cui lo abbiamo indirizzato ai nostri piloti) troviamo Las Palmeras Restaurante (link qui) che non si fa problemi a farci accomodare nel suo patio per consumare le nostre empanadas. E noi non ci facciamo problemi a consumare le loro birre e qualche piatto di arroz con carne che stanno cucinando. Dopo pranzo decidiamo di inerpicarci su uno dei colli della cittadina per visitare la chiesa che avevamo scorto dal fiume. La Catedral de María Auxiliadora purtroppo è chiusa e quindi niente… torniamo alle barche.





Sbarchiamo a Porto Murtinho, sul lato brasiliano, per un rapido cambio barca – il problema della pompa di benzina è ormai diventato ingestibile – e raggiungiamo poco prima del tramonto Puerto Valle-Mi. Sbarchiamo direttamente sulla spiaggia, dove vengono a prenderci in auto dalla posada dove dormiremo.



Durante il tragitto la ragazza che è venuta a prenderci ci chiede se volessimo effettuare una sosta al mirador di Valle-Mi e noi, pensando al tramonto sul fiume, subito accettiamo la proposta! Per scoprire però che qui sono meno romantici di noi ed il loro mirador rappresenta alcuni ingranaggi che circondano la vista sulle fabbriche di cemento 😱 Si perchè questo posto è praticamente avvolto dalla polvere sottile derivata da queste lavorazioni 😬
Per fortuna la Posada Karakara (link qui) a San Lázaro è un angolo di paradiso e finalmente, dopo aver macinato 400 km sull’acqua, ci godiamo il tramonto sul fiume dal loro mirador privato, ci facciamo una doccia e gustiamo una bella cena al loro ristorante.
22 Agosto 2026

Il nostro transfer è un pulmino piccolo piccolo ma ce lo facciamo andare bene – si fa per dire, visto che siamo a 600 km da Asunción di cui la metà su strada sterrata ma non abbiamo alternativa 🤪





Pranziamo lungo la via ad una tavola calda, Restaurante y Parador (link qui) a Pozo Colorado. Arrivati ad Asunción (ri)prendiamo le stanze all’SBS HOTEL & SPA e ci diamo alla bella vita andando a cena in una zona in di Asunción, quella del Mariscal.





In pratica è una zona commerciale, con un mall ed un mercato coperto ed una miriade di pub, pizzerie e ristoranti. Già a colpo d’occhio si vede che le persone in giro sono più abbienti di tutte quelle che abbiamo mai incontrato in due settimane di Paraguay. Quello dove andiamo a cena poi è nettamente un ristorante di alto livello, La Maria Cocina y Carbón del Mariscal (link qui), dove il cameriere ti versa l’acqua, l’ambiente è ricercato e la portate sono raffinate. E per chiudere il viaggio è la scelta giusta!
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