Questo diario narra del mio viaggio ad agosto in Paraguay, viaggio effettuato grazie ad un tour gestito da Viaggi Avventure nel Mondo chiamato Paraguay Corazón (link qui). Casomai non vi sembrasse una meta già sentita, non preoccupatevi: è così! Il Paraguay non è (ancora) un paese dal turismo sviluppato, salvo forse nella sua zona meridionale. Anche per AnM è una meta da esplorare, tant’evvero che fin dalla preparazione del viaggio ci è stato richiesto molto spirito di adattamento e piena collaborazione per gestire al meglio i sicuri imprevisti che sarebbero insorti.


Il Paraguay è una nazione pianeggiante circondata da Brasile, Bolivia ed Argentina. Presenta una zona meridionale a vocazione agricola che ricade nella zona temperata e dove quindi abbiamo trovato classiche temperature invernali. La zona centrale e quella settentrionale, il Chaco Boreal, ricade invece nella fascia climatica equatoriale (quindi con una alternanza di stagioni secche e di stagioni umide) è scarsamente popolato e in questa stagione secca ci ha esposti a sbalzi termici notevoli. Il Gran Chaco è per estensione la seconda pianura interna dell’America meridionale dopo quella amazzonica e deve il suo nome al termine quechua chaku: territorio di caccia. Un modo (forse) per richiamare le tecniche di caccia collettive praticate dalle popolazioni locali. Questo enorme territorio è suddiviso tra Bolivia, Brasile, Paraguay ed Argentina. Nella parte appartenente al Paraguay (quella chiamata Chaco Boreal) si distinguono due grandi macrozone. Il Chaco Seco, una zona semiarida con precipitazioni scarse e concentrate in una sola stagione, dove d’estate le temperature diurne superano stabilmente i 40 gradi. A ridosso del Rio Paraguay invece si estende il Chaco Humedo, zona caratterizzata da un clima subtropicale caldo e da abbondanti piogge. Di fatto questa regione può essere considerata un prolungamento del Pantanal condividendone, anche se in minor misura, la caratteristica delle inondazioni stagionali.

Prima dell’arrivo degli spagnoli nel XVI secolo, il territorio dell’attuale Paraguay era abitato da numerosi popoli indigeni divisi in due grandi gruppi macro-etnici e culturali: i Guaraní (stanziali e agricoltori) e i popoli del Gran Chaco (nomadi e cacciatori-raccoglitori). Sotto il dominio spagnolo questi popoli furono assoggettati ed il territorio fu assegnato inizialmente al Vicereame del Perù e dal 1776 al Vicereame del Rio de la Plata. Nel sud del Paraguay, lungo le sponde del fiume Paranà, i missionari gesuiti fondarono le comunità passate alla storia come reducciones.
Queste reducciones erano comunità autonome il cui scopo era sicuramente evangelizzare ma anche tutelare le popolazioni indigene, in particolare i Guaraní. Tutelarle dai latifondisti spagnoli e dalle incursioni dei bandeirantes, gli schiavisti portoghesi provenienti dal vicino Brasile. Nelle reducciones la terra era suddivisa in due parti. Il tupambaé (proprietà di Dio), lavorato collettivamente per il sostentamento della comunità, dei malati e delle vedove. E l’abambaé (proprietà dell’uomo), un lotto assegnato a ciascuna famiglia.
I gesuiti appresero la lingua guaraní, la dotarono di una scrittura alfabetica e la utilizzarono per l’insegnamento, la stampa di libri e le funzioni religiose. Nelle reducciones si svilupparono laboratori di scultura, pittura, intaglio del legno e fabbricazione di strumenti musicali di alto livello, come organi o violini. Ogni reducción era costruita secondo una pianta a griglia regolare intorno a una grande piazza centrale. Su un lato sorgevano la chiesa, la scuola, il cimitero e la casa dei padri gesuiti. Sugli altri lati si disponevano le abitazioni in pietra o mattoni per i Guaraní.
Nel 1767, con l’espulsione dell’ordine gesuitico dall’Impero Spagnolo, il sistema delle reducciones si avviò alla sua fine. La Corona spagnola sostituì i Gesuiti inviando amministratori civili per la gestione economica e altri ordini religiosi (principalmente Francescani, Domenicani e Mercedari) per la cura spirituale. I nuovi amministratori, privi di competenza e spesso corrotti, trattarono le risorse della comunità come beni personali da sfruttare. Entro la prima metà dell’Ottocento, le fiorenti città guaraní si erano trasformate in villaggi abbandonati, gradualmente inghiottiti dalla vegetazione tropicale.

Nel 1811 il Paraguay dichiarò la propria indipendenza dalla Spagna senza spargimento di sangue. Ma compensò questo primato scatenando e perdendo la Guerra della Triplice Alleanza. Tra il 1864 ed il 1870, sotto il presidente Francisco Solano López, il Paraguay entrò in guerra contro una coalizione formata da Brasile, Argentina ed Uruguay. Il conflitto fu catastrofico: il paese perse oltre metà della sua popolazione complessiva e circa il 70% degli uomini adulti, oltre ad ampie porzioni di territorio nazionale.
Tra il 1932 ed il 1935 il Paraguay combattè contro la Bolivia la cosiddetta Guerra del Chaco, volta ad ottenere il controllo su questa vasta regione arida ma ritenuta ricca di petrolio. Nonostante le ingenti perdite umane da entrambe le parti, le forze paraguaiane ottennero la vittoria e il controllo della maggior parte del territorio conteso. Che però si rivelò privo di petrolio.
Tra il 1954 ed il 1989 il generale Alfredo Stroessner prese il potere con un colpo di Stato, instaurando una delle dittature più longeve dell’America Latina (ben 35 anni). Caratterizzato da una dura repressione politica, l’anticomunismo viscerale e la costruzione della gigantesca diga di Itaipú, il regime cadde nel 1989 grazie ad un nuovo golpe militare.
Con la nuova Costituzione del 1992, il Paraguay ha consolidato le sue istituzioni democratiche. La vita politica rimane dominata dal conservatore Partido Colorado, pur in un contesto di stabilità economica sostenuto dall’esportazione di soia e carne bovina.
Il nostro viaggio si è distinto per tre tematiche. Quella culturale dipanatasi nel sud per visitare i resti delle reducciones gesuitiche. Quella naturalistica che ha visto protagoniste le Cascate di Iguazù ed il Chaco. Ma soprattutto quella antropologica che ci ha portato a contatto con alcuni dei popoli indios grazie alla onlus Museo Verde (link qui) a cui abbiamo fatto riferimento. Ne parlerò meglio nel diario, per ora vi basti sapere che si tratta di un progetto nato inizialmente dall’impegno di Gherardo La Francesca (nostro ex ambasciatore in Brasile) e volto a perseguire la conservazione e la valorizzazione delle culture indigene e a sensibilizzare l’opinione pubblica per preservarne l’ambiente naturale messo a rischio dalla deforestazione selvaggia.
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